ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARACADUTISTI D'ITALIA

Sezione di Brescia

La battaglia di

El Alamein

La resistenza e l’epopea della Folgore

Nella relazione sulla battaglia, scritta dal Tenente Colonnello paracadutista Alberto Bechi Luserna (comandante del 187° reggimento della Folgore, insignito della medaglia d'oro al valore) si legge in data 25 ottobre: «Con i rinforzi affluiti l'avversario si era ricostituito una massa d'urto, valutabile in cinque-sei battaglioni e in due brigate corazzate, e mirava con essa ad allargare la fessura dischiusasi nel settore centrale della Folgore, gravando verso meridione sopra il 186° presidiante le posizioni di Qaret el Himeimat. Lo scardinamento di questo pilastro difensivo avrebbe probabilmente consentito, secondo i calcoli dell'avversario, di iniziare il movimento aggirante destinato a far cadere per manovra l'intero fronte di El Alamein».

Se si deve accettare che lo sforzo principale dell'Ottava Armata avvenne nel settore settentrionale (dove alla fine, si verificò effettivamente lo sfondamento finale, in corrispondenza delle posizioni tenute dalla 164^ tedesca) le fonti inglesi tacciono o minimizzano le possibilità offerte da un eventuale sfondamento nel settore meridionale. Ma occorre ribadire un verità inoppugnabile a distanza di cinquant'anni. All'alba del 24 ottobre l'Ottava Armata, nonostante i suoi poderosi mezzi, si trovò in forte crisi a causa della resistenza a oltranza delle forze dell’Asse. Furono necessari ben dodici giorni di violenti combattimenti per sbriciolare, una ad una, le posizioni dell'Asse ed eliminare le Divisioni di fanteria e quelle corazzate e motorizzate italo-tedesche, che non volevano abbandonare le postazioni e non avevano alcuna intenzione di arrendersi.

Bisogna inoltre sottolineare che l'attacco diversivo inglese a sud del fronte, fu letteralmente fermato dalla violenta reazione della Folgore, composta da soli quattromila uomini. Tale resistenza degli eroici paracadutisti fu sostenuta dall'artiglieria della Pavia, in quanto l'armamento principale della Folgore era formato dai controcarro da 47/32. I “leoni” (come appellò i paracadutisti il premieri inglese Winston Churchill dopo la battaglia, a cui disse che «bisognava inchinarsi») non mollarono neppure quando due autoblindo inglesi si avvicinarono allo schieramento con una bandiera bianca, chiedendone la resa. Per tutta risposta, dalle posizioni della Folgore partirono dei colpi di mitragliatrice e di artiglieria contro i due mezzi blindati, costringendoli a una precipitosa ritirata. E risuonò più volte nel deserto l’urlo «Folgore!», mentre i paracadutisti attaccavano i carri inglesi lanciando bottiglie Molotov. Inoltre, i parà si nascondevano nelle buche lasciate dai proiettili dell’artiglieria: in questo modo applicavano le mine magnetiche sotto lo scafo dei mezzi corazzati.

Contro tutte le previsioni, nonostante la superiorità terrestre e aerea inglese, gli ultimi giorni di ottobre del 1942 trascorsero senza la sperata vittoria immediata dell'Ottava Armata. In compenso, la Raf picchiava duro e ciò ebbe un ruolo decisivo nel piegare la resistenza dei soldati dell’Asse. A questo riguardo, bisogna segnalare l’eroismo dimostrato dal 4° e 5° stormo caccia e dal 50° stormo d'assalto, dotato dei superati biplani Cr 42 della Regia Aeronautica, che riuscì a contenere la massacrante superiorità aerea della Raf. C’è da pensare però che se l’Asse avesse disposto di un minimo di forze fresche in più, gli inglesi non sarebbero riusciti a sfondare il fronte e avrebbero incassato un clamoroso fiasco e la tanto decantata superiorità sarebbe andata a farsi benedire.

Nella fornace della battaglia, si stavano progressivamente spegnendo le forze delle divisioni del X, XXI e XX corpo italiano e quelle dell’Afrika Korps, impegnate in una strenua resistenza. Nel settore meridionale gli inglesi, tra il 23 e il 29 ottobre, perdevano davanti alle posizioni della Folgore più di una settantina di carri e centinaia di uomini dei migliori reggimenti, mentre a nord, continuavano ad essere richiamate tutte le unità corazzate italo-tedesche. Rommel, che ventiquattro ore dopo aver riassunto il comando dell'Armata aveva guidato un disperato e immediato contrattacco, mettendo in campo meno di 150 carri, vedeva le sue formazioni assottigliarsi ora per ora. Ma Montgomery non era ancora riuscito a passare!

Intanto proseguiva il tentativo eroico della Marina italiana di far affluire i rifornimenti ai combattenti al fronte. Ma ancora una volta la presenza aerea di Malta colpiva ripetutamente. Giorno per giorno, finivano in fondo al Mediterraneo motonavi, piroscafi e petroliere italiane, con preziosi carichi di carri armati, armi, rifornimenti e carburante. Il 23 ottobre, affondò l'Amsterdam; il 25, il Tergestea e la petroliera Proserpina; il 29, la petroliera Luisiano; il 1° e 2 novembre, il Tripolino, l'Ostia e lo Zara. C’è da dire che resta un mistero la mancanza di scorta adeguata ai convogli: probabilmente la Marina e la Regia Aeronautica soffrivano già alla fine del 1942 della mancanza di nafta e carburante per far salpare cacciatorpediniere e aerei da caccia.

Intanto Montgomery, stava preparando l'"operazione Supercharge" (sovralimentazione). Era in pratica l’attacco decisivo per lo sfondamento della linea di El Alamein, con 400 carri armati pesanti, appoggiati da 15 reggimenti di artiglieria e tutta l'aviazione disponibile. Nell’ambito di quest’ultimo piano, a Tel el Aqqaqir, si combatté una delle ultime battaglie di carri e Rommel, dando fondo a tutte le sue indiscusse qualità di comandante, fece, ancora una volta, segnare il passo ai carri assegnati da Montgomery all'"operazione Supercharge". Oramai, per salvare i resti dell'armata, si imponeva la ritirata all'altezza del meridiano di Fuka, verso la Libia italiana. Gli ordini furono diramati ed erano in corso di esecuzione, quando giunse a Rommel l’ordine dal comando supremo di resistere sul posto. Era una chiara interferenza politica, la prima nella guerra in Nord Africa, uno “sgambetto” alla Volpe del Deserto che costerà la distruzione dello schieramento dell’Asse. I reparti sospesero il ripiegamento ma si generò molta confusione. Alla fine, Rommel si sottrasse agli ordini superiori e ciò avvenne il 4 novembre. Lo stesso giorno, si compì il destino della divisione corazzata Ariete, che rappresentava l'ultima riserva dell'Armata. E’ rimasto famoso l'ultimo messaggio radio del comndante della divisione Ariete. «Carri armati nemici fatta irruzione a sud dell'Ariete; con ciò Ariete accerchiata. Trovasi circa 5 chilometri nord-est Bir el-Abd. Carri Ariete combattono». I carri italiani si sacrificarono fino all'ultimo. Nel suo libro di memorie, Caccia Dominioni racconta di un carro italiano che si lancia in fiamme contro i mezzi inglesi, colpendone uno di essi in pieno. I componenti dell’equipaggio erano tutti morti, ma il carrista conducente prima di spirare aveva fermato con un filo l’acceleratore del mezzo cingolato, lanciandolo così verso i nemici.

L'Armata italo-tedesca non esisteva più. I resti dell’Afrika Korps e un fiume di automezzi ripiegavano lungo la litoranea, verso occidente, «col sole alle spalle e il viso rivolto alla notte», per raggiungere la via Balbia dopo il confine libico-egiziano.

L'Ottava Armata tentò di incalzare le poche unità mobili tedesche e italiane che erano riuscite a uscire dalla fornace. Ma fortunatamente la forte pioggia caduta il 7 novembre, trasformando il deserto in un pantano, bloccò i movimenti di Montgomery, già molto incerti nonostante la vittoria conseguita.

Nel settore meridionale, si era compiuto il destino anche del X Corpo d'Armata italiano, con l'annientamento delle divisioni Brescia, Pavia e Folgore. La divisione paracadutisti e quelle di fanteria contavano i morti, compresi i fratelli Ruspoli, Marescotti e Costantino, medaglie d'oro sul campo. L’epopea della resistenza della Folgore resta ancora oggi viva.

 

 

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