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Le occasioni

I REDUCI BRESCIANI

Doverosa un premessa. In questa pagina verranno raccolte foto, testimonianze e documenti che i nostri reduci COMPAGNONI e TAGLIETTI da Brescia, vecchie glorie dei tremendi conflitti mondiali, indossando le meritate vesta di PARACADUTISTI della FOLGORE, hanno tragicamente vissuto e di cui possono darci fedele e preziosa testimonianza. Verrà altresì pubblicata qualsiasi notizia, parere o fotografia riguardante l'attualità dei nostri Leoni.

Purtroppo il nostro amato Taglietti è deceduto nel 2011, ma abbiamo riscoperto che un'altro leone è fra le nostre fila......  Par. LIFONTI Aldo classe 1918,...... socio ordinario dal 1986 e che non nascondo il desiderio di intervistare personalmente......a breve le NEWS !!!

Folgore!

6 novembre 2011

IL LEONE DELLA FOLGORE GINO COMPAGNONI

 ANCHE NEL 2011 TORNA AD EL ALAMEIN

 

 

 

ULTIMO LANCIO

Nella notte tra il 10 e l’11 ottobre si è spento, dopo una malattia durata alcuni mesi, Beppe Taglietti, una delle figure più rappresentative e amate della nostra Sezione. I funerali si svolgeranno giovedì 13 alle ore 15.30 nella chiesa di Cristo Re, in borgo Trento a Brescia. Il labaro della Sezione, da Lui tante volte portato in questi anni, è presente nella Sua camera ardente.

Riportiamo il doloroso annuncio fatto pubblicare dalla nostra Sezione sul Giornale di Brescia.

 

Il Presidente e tutti gli iscritti della Sezione di Brescia dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia annunciano con profonda tristezza la scomparsa di

Secondo Beppe Taglietti

Paracadutista della Divisione Nembo

inquadrato nel Corpo Italiano di Liberazione, combattente ferito a Filottrano nel 1944, esempio negli anni per tutti i paracadutisti bresciani di fierezza, bontà e attaccamento alle nostre tradizioni.

I paracadutisti sperano che dal Cielo, cui guardava sereno per la Sua fede cristiana, possa ancora udire il loro grido Folgore! Nembo!

 

Daniele Nizzola e WEBMASTER

 

26 gennaio 2011

UNA  CERIMONIA  INAUGURALE

In assenza del Presidente della nostra Sezione, impegnato fuori Brescia per adempimenti legati al suo incarico nell’ambito della Commissione tecnica nazionale, sono stati il Presidente onorario Luigi Compagnoni e il Consigliere Luigi Ghidinelli a presenziare con il labaro della Sezione alla cerimonia tenutasi venerdì 21 gennaio per l’inaugurazione in piazza della Repubblica del monumento dedicato alle vittime dei bombardamenti effettuati sulla città di Brescia dal luglio 1944  al marzo 1945.

La notizia ci è stata trasmessa, insieme con alcune foto dell’evento, proprio dal nostro Presidente Onorario che annota: “ La presenza delle Associazioni d’Arma era veramente numerosa così come le Autorità cittadine con in testa il Sindaco di Brescia. Tutti i nominativi dei 430 caduti –fra essi alcuni miei amici d’infanzia- sono ora impressi nel marmo del monumento. Nelle pietre del palazzo, alle spalle del monumento, che nel dopoguerra ospitava la Camera del Lavoro, sono tutt’ora visibili le tracce dei devastanti bombardamenti”.

Pubblichiamo volentieri quanto trasmessoci da Luigi Compagnoni e lo ringraziamo della vicinanza al nostro sito. Tutti sappiamo che lo stesso, all’epoca dei bombardamenti in questione, si trovava in un campo di prigionia inglese, dopo essere stato fatto prigioniero ad El Alamein.

Chiudiamo il breve articolo allo stesso modo in cui il nostro Presidente onorario chiude la nota inviataci: FOLGORE!!!

 

D.N.

 

31 ottobre 2010

OPERAZIONE HERRING - presenzia con il labaro

Par. TAGLIETTI Secondo

LA BATTAGLIA DI CA’ BRUSADA

 

La battaglia di Ca’ Brusada. svoltisi dal 23 al 25 aprile 1945, prende il nome da un edificio che è stato incendiato durante i combattimenti dei 226 paracadutisti Folgore-Nembo lanciati dietro le linee tedesche nella zona di  Poggiorusco . Fu un’operazione di sabotaggio e infiltrazione effettuata dalle Forze Alleate e Cobelligeranti nell’Italia settentrionale, allora nel territorio della Repubblica Sociale.

L’amico Beppe Taglietti, l’Alfiere della Sezione A.N.P.d’I di Brescia, mi ha fatto presente con garbata fierezza, che i paracadutisti della “NEMBO” sono poco ricordati nonostante che sul Labaro della Sezione si legga in chiara evidenza:

 

BRESCIA – medaglia d’oro Franco Bagna.

 

Infatti, raramente se ne parla e fra i giovani paracadutisti della Sezione ben pochi conoscono dell’eroismo del nostro concittadino e del  fatto di cui il giovane ufficiale bresciano fu protagonista.

Con il Presidente Tino Feola abbiamo recentemente accennato all’argomento e mi ha confermato il suo impegno per la realizzazione di una iniziativa che ricordi  -  come è giusto e doveroso  - il nostro concittadino.

Va detto inoltre che sin dal 1960, per iniziativa del padre della M.O.V.M.  Generale Giuseppe Bagna, ogni anno nel luogo della Battaglia si ricordano i Paracadutisti Caduti e  il valoroso bresciano.

Il 23 aprile prossimo, in occasione dell’anniversario dell’Operazione Herring, dovrà quindi, essere fatto il possibile programmare la nostra presenza e: percorrere la strada che porta il suo nome, sostare al cippo che lì gli è stato dedicato, vedere il punto esatto dove lui con i suoi 14 uomini toccarono terra e caddero combattendo ed infine - a poco più di un Km., presso il monumento nazionale, rendere omaggio a tutti i paracadutisti caduti nel corso della seconda guerra mondiale e nelle missioni di Pace per la difesa della libertà e della democrazia.

          

                                                                                                          By gino ed wbm

 

 

by Gino

 

31 ottobre 2010

redattore Gino Compagnoni

PRIGIONIERI DI GUERRA

PARTE SECONDA

 24 ottobre 1942: è l’alba, una decina di bren-carrier e autoblindo si muove in cerchio intorno alle nostre postazioni, dalle torrette emerge il mezzo busto dei carristi. Sono fissate alle antenne radio dei mezzi corazzati bandierine triangolari giallo rosse che sventolano  lentamente a destra ed a sinistra. Chiedono la  nostra  resa.  I componenti la mia squadra stanno uscendo dalle buche .  Due “ tommy “sul ciglio della mia trincea: urlano “come on, hand up” inutilmente tento di far capire che un ufficiale è ferito gravemente e deve essere aiutato. Sono chinato sul Tenente Brandi ( per questa azione è stato decorato della M.O.V.M. ) che non dà segni di vita e subisco colpi violenti sulla schiena. Esco dalla postazione  convinto che non  lo rivedrò mai più. Uno dei due “tommy”  mi toglie la pistola e l’orologio,  l'altro mi  prende il pugnale e mi strattona, vuole il binocolo mi spinge in terra  e quasi mi strangola.  Infatti mi è veramente difficile fargli capire che prima si deve togliere la cinghia della borraccia, poi la cinghia della borsa tattica ed infine la cinghia  dell'astuccio  che  contiene  il  binocolo. Uno dei due mi indica l’autoblinda incendiata (subito però bloccato dall’altro) e mi percuote  violentemente con  il  suo Thompson che usa come una clava , sull’elmetto,  sul petto e sulla mia schiena dolorante. Un soldato ( “Francia Libera” ? ) si avvicina e, sorridendo davanti a me,  apre una lattina, me la offre e mi fa capire che posso bere, che è per me. Sono sbigottito e commosso dal gesto imprevedibile. Grazie. Rifiuto. Non vedo nessuno dei fucilieri  del  IV battaglione che erano vicini a noi  (morti, catturati …?). Al riparo dietro a un autocarro Piossini è stato sommariamente medicato e si  lamenta   per  il dolore che gli provoca la ferita alla gamba destra, causata dal un cingolo di un bren-carrier che è passato sulla sua buca. Attorno a noi bruciano alcuni carri centrati dalla nostra artiglieria; gruppetti di inglesi si sono rifugiati  sotto gli innumerevoli mezzi che hanno portato in linea. La nostra artiglieria ha ripreso un intenso  bombardamento. Sento le urla dei soldati inglesi feriti, due autocarri vicini a noi sono stati  centrati  dai colpi  dei nostri cannoni e ardono simili a due grandi falò. Io ed i miei compagni rimaniamo in piedi a braccia conserte incuranti delle schegge che sfarfallano e  cadono  vicinissime,  i soldati  britannici  sono  appiattiti sul  terreno ci guardano stupefatti. Ricordandolo - oggi - questo atteggiamento mi appare una  inutile e stupida esibizione, ma  in  quel  momento mi  sembrava giusto farlo... Ritengo anche di  dover sottolineare  il generoso  “buon senso“ dei  britannici. Quella notte avrebbero   potuto   fare  una  strage.

CAMPO 309 – P.O.W.  AD ALESSANDRIA  D‘EGITTO - 24 ottobre  1942 

Due soldati ci prendono in consegna e ci guidano verso le  retrovie. Piossini  non può camminare, a  turno, lo  portiamo a  braccia.  Camminiamo nel  varco del campo minato ed incrociamo un reparto di soldati inglesi che va in prima linea, sghignazzano e sembrano ubriachi. Uno di loro mi sputa addosso, un altro mi dà uno schiaffo, un terzo allunga un calcio a Siracusa. Gli schiaffi ed i calci della lunga colonna si scaricano su di noi  con effetto domino per alcuni minuti, poi la pista si allarga e ci possiamo allontanare  dalla colonna.  Arriva una  Jeep che carica i tre feriti. Al tramonto arriviamo in una valletta; in uno spazio aperto, delimitato da un solo filo di ferro spinato, ci sono una decina di paracadutisti e fra questi i bresciani Severino Stabilini e Ottorino Pagani, che mi informa che fra i caduti  c’è Peppino Reggiani (mio amico d’infanzia, volontario con me in Albania). Degli amici del IV Battaglione che erano con noi non rivedrò più nessuno nel corso degli anni di prigionia. Soffro di un forte dolore alla schiena e sono costretto a chiedere aiuto  per togliermi la giacca ed il maglione che indosso. Stabilini mi dice: “sei stato fortunato, la tua sahariana è strappata in  più punti sulla schiena mentre la scapola destra della tua spalla  ha  un  colore  blu ed è gonfia,  un proiettile, un sasso od una scheggia ti ha sicuramente preso di striscio”.  Soffro tutta la nottata, per il freddo e per il dolore. 

Il  mio  numero  è  355288.

Per qualsiasi adempimento o necessità, sono solo un numero.  Al mattino non si mangia; a mezzogiorno formiamo code interminabili  per ricevere 4 biscotti  (simili agli attuali crackers) e una tazzina di un liquido che sembra  tè. Alle 17.30  aprono per mezz‘ora  l’unico rubinetto che dà acqua ai 600 prigionieri del mio recinto. Assisto a scene vergognose e risse furibonde. È più l’acqua che finisce nella sabbia che quella che può essere bevuta. Alle 18.00 la cena, ed il menù non cambia. Il lavatoio è sempre disponibile, ma dai tre rubinetti e dall’unica doccia esce un filo d‘acqua di colore verdastro; lo stanzone non è illuminato, il pavimento è coperto da fango viscido, anche per gli escrementi che lo ricoprono. Sul muro qualche inglese, con poco senso dell‘umorismo, ha scritto - la calce è ancora fresca - a caratteri cubitali: “ lavati ! “La latrina è una fossa lunga circa dieci metri, profonda tre, larga, due, ed è attraversata da cinque travi larghe circa 30 cm. Questa fossa serve per 600 persone; diventiamo tutti equilibristi e fortunatamente, non mi risulta che qualche  malcapitato  sia  mai  caduto nella fossa.  Le prime due settimane trascorrono senza che avvenga il minimo miglioramento. Trascorriamo le giornate in silenzio. La fame e le sete non possono essere descritte. Nessuno fa movimenti inutili, rimaniamo il  più possibile immobili, per risparmiare energie,  distesi nella sabbia.  Tutti i giorni arrivano colonne di soldati ed ufficiali catturati durante la ritirata. Camminano a testa bassa trascinando i piedi. E’uno spettacolo triste e deprimente. Dopo due settimane all’alba la sveglia, poi l‘appello e la conta, mi consegnano un cucchiaio, una tazza ed una coperta. La zuppa è lievemente migliorata, Ogni due  giorni una scatoletta di carne di cento  grammi  ed  un filone di pane da un Kg. per due persone, alla sera quattro biscottini  ed il  tè. Ho capito la differenza tra il ricevere il mescolo preso in superficie e riceverlo, invece, preso dal fondo. Da qui la necessità di  gareggiare, arrischiando di rimanere digiuno,  per arrivare  fra gli  ultimi  alla  marmitta della “brodaglia”.  Sono passati circa due mesi e tutti i giorni arrivano centinaia di prigionieri, gruppi di ufficiali e fra questi vedo un generale. Gli Stati Uniti sono entrati in guerra e le loro truppe sono sbarcate  in Marocco.

Cercano  fabbri  e carpentieri

Gli amplificatori del Campo comunicano una notizia interessante: secondo la “Convenzione di   Ginevra” chi vuole può uscire dal campo per lavorare.  Si cercano operai specializzati in lavori di carpentieri. Il nostro gruppetto rifiuta e la sera stessa con un centinaio  di prigionieri, arrivati in mattinata dalla Libia, lasciamo  il  campo e prendiamo posto su un autocarro. A notte fonda arriviamo nel delta del Nilo al  

Campo 308 - Gennaio 1943

Il campo ospita  circa   20.000  prigionieri; un grande viale divide due file di gabbie;  Ogni gabbia ospita 600 prigionieri ed è sorvegliata da soldati indiani posti  di  guardia   su  torrette a tre metri da terra. Su  ogni  lato, oltre ad una siepe di reticolato alta due metri, vi è anche una seconda fila di reticolati. Da una piccola costruzione in muratura esce un delizioso profumo di rape e cavoli.  Inoltre non dovrò più ricorrere (senza mutande per evitare possibili cadute nella fossa) ad esibizioni di equilibrismo. Infatti, in un angolo del campo vedo un muretto di mattoni d‘argilla che delimita e separa le latrine dal  lavatoio dotato di una decina di rubinetti.  Qui l‘acqua viene erogata, per un‘ora, due volte al giorno.  

Volontari per decreto legge

Sono assegnato ad una tenda che ospita nove sergenti sono studenti universitari, (allievi ufficiali) che  mi  salutano con  fredda cordialità e diffidenza, parlano a bassa voce fra loro ignorandomi. Sono volontari per “decreto legge”. Un giorno avevano letto sul Popolo d'Italia, organo del Partito Nazionale Fascista. “ … il governo, accogliendo il desiderio degli studenti universitari impazienti di indossare la divisa grigio verde aveva abolito la concessione del rinvio del servizio militare per far sì che tutti avessero l’onore  di battersi contro il nemico”   e si erano pertanto trovati, quasi senza rendersene conto, in divisa ed imbarcati per la Libia.  Nella tenda vado solo per dormire e le giornate le passo con Stabilini ed il gruppo dei paracadutisti. Ogni settimana riceviamo alcune monete egiziane che possiamo spendere in uno spaccio interno e due pacchetti di sigarette.  D’intesa con Stabilini e Pagani, investiamo  tutte  le nostre piastre nell’acquisto  di  qualche  Kg. di riso e di datteri essiccati.  Una grossa latta, che in origine  conteneva sugo di pomodoro, è stata trasformata  in pentola; versiamo acqua, datteri e riso e facciamo bollire il tutto, quando l’impasto giunge al giusto punto di cottura  lo  lasciamo  riposare alcune ore affinché aumenti di volume. Nel campo le giornate trascorrono tranquille, non si fa nulla durante il giorno. Alla sera ognuno racconta  gli episodi  più significativi che hanno caratterizzato la sua cattura:

Piossini, parla della sua ferita, descrive gli interminabili attimi del bren-carrier che stava per schiacciarlo e miracolosamente lo ha ferito fortunatamente in modo non grave alla gamba destra; Bottazzi, un altro bresciano, sottufficiale dell'aviazione ustionato al  torace, alle braccia ed al viso, si è salvato lanciandosi dall’aereo in fiamme con il paracadute; il sottocapo Tognon del sottomarino “ Perla “, racconta della navigazione con il mare a forza sette, del siluro che lo ha colpito, dello schianto delle mine di profondità, degli scricchioli delle pareti del suo sommergibile, degli spruzzi violenti dell'acqua che entrava dalle  incrinature della struttura, la “rapida” della immersione,  la  fortunosa emersione  ed il salvataggio dopo ore di  paurosa attesa in mare.

Stabilini  il  quale, pochi  istanti  dopo la fine del  bombardamento del 23 ottobre, si è trovato gli inglesi nella buca e non ha potuto sparare nemmeno un colpo.  Ottorino Pagani è  rimasto miracolosamente illeso accanto al Serg. Magg. Dario Pirlone capo pezzo ( M.O.V.M ) , mentre il suo cannone 47 / 32 centrato  in pieno è stato distrutto, il mio amico Pepino Reggiani e  i suoi compagni serventi al pezzo, colpiti a morte…

La squadra di calcio . Sono state formate squadre per ogni singola gabbia e fra le varie compagini si svolgono incontri incandescenti; questi confronti servono per selezionare la squadra rappresentativa del Campo 308 la quale, non solo si confronterà con squadre di altri campi, ma anche con squadre dell‘esercito britannico. Ai giocatori viene riservato, dal Comando del Campo,  un trattamento alimentare particolare: dopo l’allenamento del giovedì ed alla fine di ogni  partita i titolari  ricevono due piatti di pasta asciutta, abbondante. Un giorno, un bel giorno, prima dell‘inizio di un incontro mi unisco al gruppo delle riserve, scambio qualche passaggio ed effettuo alcuni fortunati  tiri in porta. Il capitano che mi osserva dice, “oggi ti faccio giocare per una decina di minuti, poi vedremo”.  È fatta, gioco quasi tutto il secondo  tempo;  mi  sono assicurato un paio di piatti di pasta asciutta alla  settimana.

LE  LENTICCHIE

Ogni  giorno, a turno, sei prigionieri vanno alla gabbia  n° 1 per prelevare i viveri per la giornata; quando arriva il turno della nostra tenda riusciamo a ”prelevare” dal magazzino un sacco di lenticchie ed a portarlo  nel  campo. Gli interrogatori e le ispezioni accurate della sorveglianza inglese non trovano nulla. Infatti  le lenticchie sono  state seppellite nella sabbia sotto i giacigli della nostra tenda.  Dopo alcune settimane, decidiamo di integrare il rancio con le lenticchie e, di notte, procediamo alla cerimonia della riesumazione del “tesoro”. Dopo circa una trepida attesa, la sorpresa: le lenticchie con il caldo del  giorno e  l’umidità della sabbia sono sbocciate e sono diventate erbetta verde. Le mettiamo ugualmente  nella pentola  ed anche se un po’ amare le trangugiamo. Cercano  sarti e lavandai Passano altri interminabili mesi senza far nulla, Sono sempre affamato. Un giorno, durante la “conta” del  mattino, chiedono  sarti capaci.. Mi propongo e vengo accettato. Ogni  mattino in camion arriviamo all’interno di un capannone ben riparato dalla sabbia e dal sole. In un primo tempo mi assegnano un lavoro alla macchina da cucire, ma rompo troppi aghi, allora mi danno ago e filo per rammendare i buchi delle zanzariere.  Il lavoro richiede grande pazienza e io non ne ho, mi pungo continuamente e il buco, frequentemente si allarga durante la lavorazione. Invento un nuovo modo per risolvere il problema: prendo i vari lembi del buco, li riunisco, li  arrotolo e con ago e filo  cucio il tutto. La zanzariera non ha più buchi, è diventata solo un po’ più  corta, ma è migliorata esteticamente per i fiocchetti che ho cucito. Gli inglesi che lavorano con me sorridono, ma il sottufficiale responsabile del reparto non gradisce la mia trovata e ancora meno i sorrisi dei suoi  compagni di lavoro. Come una furia mi strappa dalle mani la zanzariera e mi aggredisce a pugni e calci; mi difendo con un calcione ben posizionato. Non finisco la giornata perché mi fa rientrare al Campo di corsa sotto il sole  rovente  (una decina di chilometri) e dalla Jeep mi sprona con la lunga asta di un’antenna radio che fa sibilare dall’auto sul mio capo ad ogni mio accenno di   fermata.  Sono quindi “licenziato” e con me un compagno di tenda che è intervenuto in mia difesa ed al quale, almeno, è stata risparmiata la corsa nella sabbia perché ospitato sulla Jeep..La fame sta diventando sempre più insopportabile, solo chi è ammalato veramente può trascorrere  alcune  giornate  in  infermeria  mangiando a sazietà. Chi si taglia o si ferisce un dito, oppure si graffia a sangue sul filo  spinato del reticolato, viene inviato in infermeria e per quel giorno mangia a sazietà.  Anche chi si fa togliere un dente può  saziare la fame per una giornata.

Il  varietà e  le  procaci  ballerine - Agosto 1943    

Alcuni intraprendenti attori, professionisti e dilettanti napoletani, hanno costruito sul retro delle cucine, con il materiale fornito da un ufficiale inglese, un palcoscenico sul quale si esibiscono recitando e cantando pezzi classici di poeti e scrittori  napoletani,  ( la livella,  la patente, le sceneggiate, siparietti di varietà ). Gran successo ricevono le ballerine. Le donne sono, ovviamente, uomini ma sul palcoscenico sembrano ragazze vere. In principio le difficoltà del travestimento provocano vero divertimento. Ma parecchi spettatori dopo poche esibizioni, dimenticano che sul palcoscenico ci sono loro commilitoni; visti a distanza, appaiono donne bellissime capaci di far sognare. Alcune attrici si sono immedesimate nelle parti  ed  hanno assimilato gli  atteggiamenti  ed  anche  la  mentalità  della  donna. Tutti gli spettacoli si concludono con uno scatenato can – can e le  “6 girls 6” raccolgono un  rumorosissimo successo.  Con fettucce di panno nero hanno realizzato giarrettiere provocanti; ma è, soprattutto, la soubrette che  ha  il fisico del ruolo,  le  lunghe gambe e le calze da donna  (tinte di nero fornite dall’ ufficiale inglese) provoca turbamenti, litigi e gelosie morbose. La scena che precede il gran finale è il “ballo dell‘apache”. La coppia danza  accompagnata dal un suggestivo coro  in sottofondo.  La ballerina si struscia appassionatamente al “ maschio “ e, la coppia è subissata da applausi e  da lanci di datteri e sigarette. Tra alcune coppie sono nate amicizie intense; si vedono coppie passeggiare sempre insieme, seduti sempre  vicini, sempre insieme anche ai servizi igienici.  Una coppia colta in “flagrante” è stata separata con il  trasferimento  del partner in altra gabbia. Il separato, rimasto nel campo, è stato ricoverato gravissimo in  ospedale: da circa un mese a causa della separazione dall’amico ha smesso di toccare  cibo. Un  giornale che vedo posato su un sacco all’ interno della tenda richiama la mia attenzione. Inizio a sfogliarlo, ma due sergenti universitari, miei compagni di tenda, mi sono addosso e me lo tolgono bruscamente dalle mani.Al mattino Vergnano ( il capitano della squadra di calcio ) mi prende da parte e mi dice che i suoi colleghi non si fidano di me perché i paracadutisti, a loro parere, sono tutti fascisti; lui con i compagni di tenda sono contrari al fascismo e lo combattono sin da quando erano in Italia. Mi raccomanda di non parlare con nessuno perché in altri campi si sono verificati pestaggi nei confronti di antifascisti. Lo tranquillizzo e racconto a lui ed ai compagni di tenda di mio padre fuoriuscito, morto in Francia perché perseguitato dal fascismo; dico loro che quella figura in prima pagina del giornaletto ( è l’On. Giacomo Matteotti assassinato dai fascisti ) io l‘ho già vista a casa mia in una fotografia nascosta dietro un quadro del Sacro Cuore di Gesù nella  camera  da  letto  dei miei genitori.  Diventiamo amici, l’equivoco è chiarito e nella tenda, finalmente, si crea un clima di  reciproca simpatia e amicizia. Mi dicono che sono in contatto sia all’interno che all’esterno con antifascisti di altri Campi di P.O.W. e con militari  inglesi del nostro Campo.  Assicurano che mi considereranno uno dei loro e che mi terranno informato delle eventuali iniziative e delle  novità relative agli sviluppi della guerra in Italia. Dopo una quindicina di giorni nel cuore della notte, Vergnano mi sussurra: “prepara il tuo sacco, domattina il nostro gruppetto ed alcune decine di “compagni “ di altre gabbie lasceremo il 308 per essere  utilizzati in Palestina”. Sono le ore tre, tutti dormono. Una ventina di soldati indiani entra nel Campo. Urlano: “adunata ! ”. Tutti gli ospiti della gabbia n° 20 sono raggruppati nel piazzale. Sono le ore sei, tutti dormono. L‘orario è insolito e il fatto non si è mai verificato prima; solamente quando tutti sono riuniti ed irrigiditi sull’attenti per la “conta“, il nostro gruppo  lascia  la  tenda  e,  fra  gli schiamazzi ed i  fischi, si avvia verso l ’uscita della  “gabbia”. Il tam-tam del Campo 308 però ha funzionato e la notizia del “ tradimento “ si è sparsa fra i 20.000 prigionieri. Non tutti i responsabili inglesi hanno avuto l’attenzione che è stata usata per il nostro gruppo. In alcune gabbie sono in atto risse furibonde. La mia gabbia è la n° 20 ed il cancello d'uscita è lontano. Ci ripariamo con i nostri fagotti dal lancio di  pezzi di mattoni d' argilla che fioccano su di noi come grandine. Assisto alla “liberazione” da parte delle guardie indiane, di un amico di un’altra gabbia che è stato calpestato e buttato sul reticolato dai suoi compagni ed ha una gamba fratturata. È portato a braccia , il viso, le braccia, le gambe sanguinanti.Sento le urla dei miei amici e le loro minacce relative al trattamento particolare che, dicono,  mi riserveranno  al mio ritorno a Brescia.

CAMPO  322 -  LATRUM  ( PALESTINA ) - Agosto 1943   

Attraversiamo la cittadina abitata in larga maggioranza da ebrei. Diamo uno sguardo, approfittando di una  lunga  sosta, al grande Monastero ortodosso che appare maestoso davanti a noi e, nel tardo pomeriggio, nei pressi di un insediamento dell’esercito britannico, ci vengono assegnate due baracche decorose e bene attrezzate. Dormiremo su brande con materassi e coperte; i servizi igienici sono ottimi ed è possibile fare la doccia con acqua calda  a volontà; ci danno indumenti  puliti e un asciugamano. Le sorprese non sono finite.  Ci accompagnano ad un altro gruppo di  baracche occupate dagli uffici di  alcune unità  inglesi. Nella baracca della mensa osserviamo i soldati ed i sottufficiali che stanno  ultimando la  cena. L’ R.S.M. con una mimica molto efficace ci fa capire che dobbiamo aiutare a sparecchiare e pulire i tavoli, subito dopo potremo prendere il vassoio e prelevare il nostro pasto al self-service. Ci saluta con un cordiale :“bon petitto“. Altra sorpresa: i militari inglesi si rivolgono a noi con cordialità. Al mattino successivo ha luogo una riunione nel  corso della quale ci informano che le truppe inglesi ed americane hanno occupato tutta l‘Africa Settentrionale e la Sicilia, nonché della attività dei partigiani nel nord Italia. Un ufficiale che parla italiano, descrive il tipo di  lavoro che ci verrà affidato. Dovremo collaborare alla sistemazione di un campo per altri P.O.W.  Opereremo con tecnici civili all‘installazione dei servizi  igienici, delle cucine e successivamente alla manutenzione delle baracche sia del comando che nel  nuovo Campo per  P.O.W.  In un secondo tempo  costruiremo le vie di accesso al campo,  i viali interni  e  la recinzione di  tutto  il  complesso. Siamo suddivisi in quattro gruppi coordinati da squadre formate da nostri compagni che nella vita civile erano elettricisti, idraulici, giardinieri, muratori, camerieri,  cuochi. Ci presenta l’R.S.M. che sarà il nostro superiore diretto. L’ufficiale conclude la riunione con una domanda rivolta a tutti i presenti: “chi voi parla inglese?“. Alzo subito la mano e dico: “Yes, I  do. Good morning sir.” Dopo di me altri  alzano  a mano,  ma  Ernest Broucklabank  ha già deciso: “come here ! “ e mi fa cenno  di  avvicinarmi.  Mi è andata bene, diventerò il suo collaboratore per i rapporti  fra  gli italiani e gli inglesi. Avrò una scrivania  nell’atrio che precede il suo ufficio, dovrò verificare le presenze al  lavoro, l’aggiornamento degli  elenchi,  la  consegna dei materiali e degli attrezzi da lavoro. Sir Ernest ha 52 anni  e mi dice che gli ricordo i suoi figli. Mi parla della sua famiglia: è padre di due gemelli, maschio e femmina di 17 anni; vive a Blackpool,  una nota città  balneare inglese ed è militare di carriera.  Mi ha regalato una grammatica inglese unitamente a sette volumetti di esercizi che conservo  tuttora;  inoltre ha  incaricato un caporale di correggere i miei compiti.  Non potevo essere più fortunato.

IL RE HA ABBANDONATO ROMA - Ottobre 1943 

Il Maresciallo Badoglio (nuovo Capo del Governo Italiano ) ha dichiarato guerra alla Germania e Mussolini è stato arrestato; poche settimane dopo, con un avventuroso blitz,  è stato liberato dai tedeschi  ed ha costituito la Repubblica Sociale.  L’Italia ha due  eserciti: uno al nord con il gen. Graziani;  un altro al sud con  il generale Badoglio che combatte con  gli  Alleati. Dopo poco più di due mesi il nuovo Campo è agibile e cominciano ad arrivare i primi gruppi di P.O.W. Fra questi tutti quelli che ci hanno insultato, minacciato e  lanciato sassi.  Non sanno nulla di quanto è avvenuto in Italia. In un primo momento vi è grande imbarazzo, ma la gioia di rivederci è sincera. Riabbraccio Stabilini e Pagani.  È stata ricostituita la squadra di calcio sostenuta dal Comando inglese e gli incontri all‘interno ed all’esterno sono frequenti. Incontriamo rappresentative di prigionieri e squadre di varie unità britanniche. Gli spostamenti in autocarro  mi  consentono  di vedere, sia pure in modo molto approssimativo: Gerusalemme, Tel Aviv - Jaffa, Rehovot e di conoscere  numerosi  giovani ebrei che vivono nei Kibbutz.Il nostro gruppo (quello che per primo ha lasciato, in un momento difficile, il Campo “308“) integrato da altri prigionieri  (camerieri e cuochi  nella vita privata)  è stato trasferito  in una Scuola  di allievi ufficiali britannici con gli stessi compiti svolti al 322. Dovremo, anche qui, operare nelle mense e nelle cucine oltre a collaborare  ai lavori di manutenzione dell’insediamento. Saluto e ringrazio l‘ R.S.M., anche per aver acconsentito ad inserire nel mio gruppo gli amici Pagani e Stabilini.

Febbraio 1944

Mi  consegnano due paia di pantaloni e due camice; sulle  spalline  si   legge ( rosso in campo bianco) “ ITALY ”.   Siamo coordinati da un ufficiale inglese che parla correttamente sette lingue. Sono assegnato in  qualità di cameriere alla mensa della truppa britannica addetta ai servizi del Campo.  Gli orari, il lavoro ed i rapporti con i soldati britannici sono ottimi. Dopo  alcuni  mesi  il  primo  incidente. Noi e gli inglesi, armati di mescoli e forchettoni distribuiamo  il  menù del giorno ai soliti commensali. Alla fine, il servizio dovrebbe proseguire anche per un centinaio di soldati di colore provenienti dal Ceylon  i quali, davanti alle marmitte fumanti, sono in  paziente attesa con i loro vassoi. Mentre sta per iniziare la distribuzione i “colleghi” inglesi abbandonano il lavoro. Chiedo al sergente responsabile della mensa per quale motivo noi dovremmo continuare mentre loro lasciano. La sua arrogante risposta è questa: “noi  non  serviamo  i negri ”. Dopo una breve consultazione, questa è la risposta, provocatoria, del nostro gruppo: “ non abbiamo  nulla in contrario  a   continuare  il lavoro, ma  noi, italiani,  discendenti da quegli  antichi  romani che  hanno  portato la  civiltà nel vostro  Paese,  senza di voi non lavoriamo.”  Arriva la Polizia Militare e dopo un breve tafferuglio gli inglesi riprendono il servizio e due MP (Military Police) ci accompagnano  nella  prigione del Campo. Siamo in cinque chiusi in una stanza di otto metri quadrati e lì ci lasciano per un giorno  e  due  notti  senza cibo,  senza acqua e senza coperte. Non ci consentono di uscire dalla stanza per utilizzare i servizi e  “tutto”  deve essere  fatto, ( in  equilibrio, accucciati su una sedia ) nel  “bidone” senza coperchio, introdotto  nella stanza solamente dopo “rumorose” richieste.  La stanza è dotata di un solo finestrino quadrato  con inferriata di  mezzo metro per lato.  I soldati del Ceylon  (oggi Stato  indipendente,  Sri Lanka ) sono partiti e  noi  riprendiamo il  solito  lavoro. Quel  Sergente arrogante non lo vedremo più, dicono i suoi colleghi che è stato inviato in Italia. Il Tenente interprete che coordina la nostra attività, mi consiglia di perfezionare la conoscenza della lingua inglese e mi regala una guida utile per un  turista che entra in un  ristorante:  “Studia,  ti sarà utile”.

TRASFERITO ALLA MENSA UFFICIALI

Il Tenente Najib Tual è  un  arabo,  ha  studiato in una scuola cattolica a Gerusalemme, si è laureato in Inghilterra ed è figlio di madre cristiana  (una delle tre mogli) di un  ricco beduino ( i figli sono educati secondo la religione delle madre). Dopo una settimana  mi chiama  e mi comunica  il mio trasferimento alla mensa ufficiali.  L’ambiente non mi piace proprio, per una giornata osservo  dalla finestrella del magazzino come lavora il cameriere inglese il quale dopo cena, mi insegna le basi necessarie per operare validamente, Mi dice che agli scozzesi devo servire il “porridge” con il sale, mentre agli inglesi deve essere servito con lo zucchero, mi fa vedere come si apparecchia la tavola,  imparo a  porgere  i  piatti da sinistra ed a toglierli  da destra. Quasi tutti sono ufficiali in carriera, boriosi, altezzosi, sempre insoddisfatti del menù e di tutto quel che facciamo noi italiani; alcuni mi insultano e mi provocano. Rimpiango la genuinità e l’amicizia dei soldati  che lavoravano con me alla mensa della truppa e, dopo aver sopportato per quindici giorni insulti  e pesanti cattiverie,  inevitabilmente reagisco. Un maggiore che ha partecipato allo sbarco in Sicilia e dovrà  ritornare  in  Italia  nei prossimi giorni, durante la cena, racconta le sue avventure in terra di occupazione. Capisco che sta parlando con disprezzo del mio Paese, ma continuo il mio lavoro.  Quando gli porgo il piatto mi dice: “ no  tomatos “.  Vado in cucina e  ritorno senza pomodori, mi dice,“ no cabbices “, non batto ciglio; vado e ritorno senza cavolfiori; “ no potatos “ , tolgo le  patate,  ritorno  e,  lui,  nonostante sia disapprovato dai suoi  colleghi,  sghignazzando mi urla: “It is to cold “;  è  troppo freddo. Torno in cucina, prendo un piatto fondo,  metto un pezzetto di carne a galleggiare  in un mescolo di sugo bollente e  ritorno  da  lui; lo guardo fisso negli occhi;  una breve pausa  e  sorridendo gli verso il tutto sulle ginocchia esclamando: “ I’m very sorry. sir “ Alcuni secondi di silenzio ed  arriva, con mia grande sorpresa, la  risata generale dei suoi colleghi. Lascio la sala mensa di corsa e vado direttamente verso la prigione dove mi consegno al sott‘ufficiale di servizio.  Due notti e un giorno di prigione con un solo  litro d’acqua e mezza  pagnotta, durissima. Verso sera del terzo giorno arriva sorridente il Tenente arabo che mi dice:“ Tutto è  finito. Il Maggiore che hai maltrattato è partito per l’Italia ed a me serve uno che sappia  capire la lingua. Sono certo di potermi fidare di te. Preparati  perché domattina ti  accompagnerò al nuovo posto di lavoro. Najib Tual mi ha affidato un lavoro particolare : sarò quotidianamente a contatto con gli ufficiali britannici. Il tenente interprete mi dice: “ … dovrai riordinare il salone, i due salotti, la biblioteca fornita di libri, giornali, riviste e confortevoli poltrone. Inoltre,  poiché  la “Scuola“ è divisa in due sezioni, nord e sud, dovrai aiutarmi a  migliorare il collegamento fra gli italiani ed i britannici che operano nelle due distinte parti distanti circa un chilometro una dall’altra”. Nel mio tempo libero dovrò studiare la lingua inglese. Najib Tual mi raccomanda riservatezza e  prudenza  nei rapporti  con  gli ufficiali.  Ma, dopo un paio di mesi, mi capita un altro infortunio. Alcuni ufficiali che non brillano, certamente, per la loro educazione, lasciano per terra, ovunque, mozziconi di sigarette, non si puliscono le scarpe nonostante gli zerbini, i cestini ed i portacenere che io ho sistemato nei salotti e nel  giardino. Sono solo e posso fare - bene - la pulizia, spostando all‘esterno della sala mobili e tappeti  solo alla domenica. Durante la settimana, anche per la presenza degli ufficiali, non trovo il tempo sufficiente e mi limito a scopare sotto i tappeti i mucchietti di polvere. Conseguentemente, in alcuni  punti del salone si sono creati  dei rigonfiamenti; ed e proprio in uno di questi che va ad incespicare l‘anziano claudicante Colonnello Comandante della Scuola con inevitabile rovinosa caduta: clavicola fratturata. Najib Tual provvede alla mia sostituzione e non solo non vengo punito, ma, a causa di certi suoi “impegni personali“ esterni al Campo, mi nomina suo aiutante. Devo ritirare ogni mattino dall‘ “Orderly-Room” le disposizioni di servizio che riguardano gli italiani, e informare, conseguentemente i vari gruppi delle sostituzioni ed integrazioni necessarie al funzionamenti dei servizi.

IL RITORNO ITALIA - La guerra con il Giappone è finita.

Siamo Bombay da circa un mese senza incarichi e attendiamo con ansia notizie circa il nostro rimpatrio. Arriva un treno e ritroviamo gli italiani forzatamente  imbarcati con noi circa un anno fa a porto Said in Egitto. Nessuna informazione ci viene fornita. Siamo stati separati dai britannici che continuano il loro viaggio. Il nostro gruppo si imbarca su un lungo convoglio che viaggia in senso contrario per tutta la notte attraversando  boschi e paludi; nel tardo pomeriggio del giorno successivo il convoglio si ferma per alcune ore in una piccola stazione. Assistiamo ad un brutale pestaggio degli M.P. (Military Police) impegnatissimi a respingere senza pietà una folla di civili indiani che vorrebbero salire sul  treno con noi. Il mattino successivo scendiamo dal treno ed un Maresciallo dei Carabinieri assume il comando del gruppo ed, in fila indiana, dopo circa mezz’ora di marcia, arriviamo  davanti ad un Campo di  “Prisoner of war.” Siamo un centinaio, poco meno di quelli  partiti  dall’Egitto nell’aprile scorso.. Entriamo in una “gabbia” e prendiamo posto in quattro baracche ben attrezzate: brande (provviste di zanzariera) coperta e materasso, un sacchetto  con piatti e posate. I servizi igienici sono puliti e decorosi; la cena, ottima, viene prelevata ad  un self-service al quale è collegata  una sala ritrovo con tavolo da ping–pong, libri, riviste e giochi da tavolo. Nessuno parla con noi, solo un ufficiale indiano ci sorride, ma non dice nulla. La sorpresa, clamorosa, arriva il mattino successivo.Il  recinto  è  chiuso  fra  reticolati, ai quattro  angoli guardie armate indiane ci osservano dall’ alto delle torrette. Il cancello è sbarrato. Poco lontano, da altre gabbie prigionieri di guerra italiani ci salutano festosamente, in un’altra invece, urlano al nostro indirizzo:  “venduti, traditori!“. Nessun britannico si fa vivo ed immediatamente diamo luogo ad una rumorosa protesta. Urliamo e percuotiamo piatti, lamiere e quant’altro può far rumore. Verso mezzogiorno arriva, scortato  da sei guardie, un ufficiale indiano che legge una comunicazione: “siete stati qui riuniti perché il vostro ritorno in Italia è imminente“.

Il Maresciallo dei Carabinieri che comanda il nostro gruppo chiede, a nome di tutti, che il cancello venga aperto e, data la nostra posizione di cobelligeranti,  ci sia permesso di uscire dal Campo.

L’equivoco dopo un paio di giorni  è superato:

- siamo a Bairagarh, in provincia di  Bhopal;

- il comandante del Campo sapeva della nostra condizione, ma non aveva ordini circa la    nostra libertà di movimento;

- da subito, il cancello sarà aperto durante il giorno, e chiuso e sorvegliato, per ragioni di sicurezza,  durante la notte. Una gabbia vicino alla nostra ospita qualche centinaio di fascisti irriducibili.

- potremo partecipare ad incontri di calcio, di palla a volo, di pallacanestro con i prigionieri di altri  campi.  

L’ufficiale indiano conclude l’incontro e sorridendo dice: “ queste  baracche  erano  destinate ad ufficiali italiani, ma penso possano andar bene anche per  voi“.  All’esterno della baracca  c’è una piantagione di banane; per coglierle devo solo aprire la finestra ed allungare la mano. All’esterno del nostro recinto decine di indigeni sono curvi dall’alba al tramonto, impegnati  nel  lavoro dei campi; sono schiavi -compresi  i neonati - di  proprietà del Marajà.  Per  noi  le regole sono semplici: gli orari sono solo quelli del breakfast, del lunch e del  dinner. Per  il  resto della giornata siamo liberi di uscire e fare quello che ci pare. 

Il clima è torrido ed il termometro  tocca i 30/35° di notte, 45/50° di giorno. Il bosco che confina con  le nostre  baracche fa si che la calura tropicale  possa essere un po’  attenuata. È un susseguirsi di temporali e di ondate di caldo asfissiante. Il sole non si vede quasi mai, sembra coperto da un enorme “tendone” grigio, l’umidità è attorno al 90%. Presto arriveranno le grandi piogge ed altri saranno i problemi. 

Anche  a  BAIRAGARH  ha fatto il suo ingresso la politica.

Le autorità delle Forze  Armate Alleate sembra favoriscano le iniziative che, più o meno spontaneamente, si determinano nei campi. Praticamente la popolazione dei prigionieri italiani è considerata divisa in tre gruppi:

I neri, (gli  irriducibili fascisti) quelli che dopo l‘8 settembre 1943 non hanno aderito alle decisioni del Governo italiano.  Sono stati isolati dalla maggioranza dei  prigionieri;

i  grigi, (o papalini)  la maggioranza,  quelli che hanno deciso di  non  scegliere;

i bianchi (noi) coloro che hanno deciso di collaborare con gli “Alleati”, prima dell‘otto settembre 1943.

Dopo circa una settimana, all’alba, ci sveglia all’improvviso lo scoppio di un  petardo lanciato sul retro della nostra sala ritrovo. Dall’indagine svolta dagli inglesi, lo scoppio è attribuibile  ai fascisti del campo vicino al nostro.Il mattino successivo, d’intesa con il Comandante indiano del Campo,  il  nostro  Maresciallo  si  presenta nella loro gabbia al momento della “conta” mattutina e parla a questi nostri compatrioti informandoli sugli scenari della guerra e degli sviluppi della  situazione politica italiana.  Con questo coraggioso intervento l‘episodio  è considerato  chiuso.  Dopo un  paio di settimane,  anche  gli “irriducibili”  partecipano,  con le loro squadre, alle gare ed ai tornei programmati.

La sabbia e le mosche del deserto, la fame,  la sete,  gli amici feriti, i caduti,  la nostalgia   della  mia  mamma e  della  mia   casa  sono un  ricordo che  diventa ogni  giorno  sempre  più  angoscioso. Alla sera, ci riuniamo all’esterno della sala ritrovo e diamo vita a nostalgici cori. Oltre alle immancabili: “ mia bela Madonnina, Marechiaro, la Montanara, ecc.” cantiamo  le canzoni dei film  interpretati  da De Sica,  Buscaglione, Luciano Tajoli, ecc.  “Mamma … “ Parlami d ‘ amore Mariù …”   Non dimenticar   le mie parole…, “  “Come delizioso andar sulla carrozzella” … Dai film in lingua inglese, che due volte alla settimana vengono proiettati nel campo, ho  imparato alcuni  brani delle colonne sonore……. 

 when they begin the beguine

 it brings back a sound music so tender ,

…..till  you  whisper  to me  darling, I  love you ……

….when they begin the begin.....

                                                                       You are always in my heart

                                                                        Even when you are far away

... I don’t know exactly when, dear

but I know will meet again…

 je suis  seul  ce soir  avec  mes  rèves,  “je suis  seul  ce soir  sans ton amour…

....tout  se brise  dans  mon coeur lourd  .

né me lasse pas  seul sans ton amour 

I  walk in the moonlight, the silver moonlight,

I  talk with my  echo,  I  walk with  my  shadow

the star above, ……

We three  always  for  you,  till  eternity, 

my  echo, my   shadow  and  me….

 Kiss me again, Kiss me my darling 

 each time i cling to your kiss i hear music divine, .

 besame,  besame  mucho 

 hold  me  for  ever and say that you always be  mine….

Chiediamo  notizie  relative  al  nostro  rimpatrio - Settembre  1945.

I giornali e la radio parlano dell'Italia e del nuovo Governo Italiano. Nel mese di luglio l’Italia ha dichiarato guerra al Giappone.  Sono partito  da  Brescia  nel  gennaio   dell'anno  1940  e  fra  pochi  mesi  è Natale.  Salvo una settimana nel  gennaio 1942, sono quasi sei anni della mia vita ed è il  quarto  Natale che trascorro  lontano  da  casa. Siamo tutti in angosciosa attesa del nostro rimpatrio. Alle nostre  sollecitazioni e  proteste,  la  risposta  degli  inglesi è  monotonamente  ripetitiva: “ ship  is not available”. Un ufficiale indiano che ha fatto la guerra in Egitto ed è decisamente contrario alla permanenza degli inglesi nel suo Paese, coglie ogni occasione per parlarne con noi; senza alcun timore egli afferma che molti suoi compatrioti - ora che la guerra è finita - sono pronti alla ribellione  per  scacciare gli inglesi dall’India. Dice che fa parte dell‘Armata Nazionale  “Jai Hind “ (India libera), che è discepolo di  Gandhi.  (nessuno  di  noi  sa  chi  è  Gandhi). Da questo amico  apprendiamo alcune  informazioni  in  merito alle sempre  più  insistenti   voci del  nostro rimpatrio.   Sembra che: per primi partiranno  i  cobelligeranti: (noi) coloro che hanno lasciato i reticolati,  per  una coraggiosa scelta  politica prima   dell’otto settembre 1943. (gli inglesi  ci  chiamano il  “gruppo  di  Italia  Libera”)  Unitamente a noi  partiranno  i  veterani  catturati nel 1941 e gli over  fifty.

Il secondo scaglione - i grigi - Coloro che hanno accettato di collaborare dopo  l’otto settembre, che   partiranno secondo un rigoroso ordine di cattura e di età. Nessun accenno viene fatto circa il rimpatrio dei “neri “per i quali  “ship not available “ sarà  l’ unica risposta  che  riceveranno  per oltre un anno. Una notte sotto una pioggia che solo in India è possibile vedere, si spalanca la porta della baracca e si accendono tutte le lampade. Sono le ore due. Dopo aver ascoltato i primi rumorosi e risentiti commenti per la sveglia imprevista, l‘ufficiale indiano, discepolo di Gandhi, sale su un tavolo ed  urla con entusiasmo: Domani  tutti  voi  parte  Italia.  Da sotto le brande compaiono bottiglie di birra, di “grappa artigiana “; una  bottiglia di  whisky  l‘ha  portata  l’ ufficiale indiano.  Abbracci, baci, canti, pianti di  gioia.. È una storica sbornia collettiva.  Mi sveglio alle dieci del mattino successivo.. 

Si  parte: la conta  e l’appello  nominativo vengono effettuati nel  campo di calcio allagato; l‘acqua arriva alle caviglie. Cammino con grande sforzo sotto una pioggia torrenziale carico del mio sacco e della valigia. La strada,  trasformatasi in un torrente  di fango, mi ricorda le montagne d‘Albania. Alle ore 22.00, ansimante arriva l‘ultimo gruppetto. Dopo due giorni di viaggio, dando la  precedenza  agli interminabili convogli addetti  al  trasporto dei militari (impressionante lo spettacolo dei tetti dei vagoni letteralmente  gremiti  da  famiglie di  civili)  arriviamo alla periferia di Bombay.  Alcuni giorni  di sosta all’ interno del porto, praticamente abbandonati come una mercanzia qualsiasi sul  molo, all‘addiaccio senza nemmeno una coperta per la notte, finalmente ci imbarchiamo. Viaggiamo nella stiva, al buio, quasi tutti dormiamo sul tavolato uno addosso all’altro.  Alcuni, i più anziani,  in preda a crisi depressive urlano e litigano senza motivo; rimangono sdraiati per terra con gli occhi fissi nel vuoto.  Il freddo è intenso. Tempeste e mal di mare sono il  solo  ricordo del  mio  ritorno..

Sorpassiamo  Massaua, Suez, ed entriamo nel Canale; poi Porto Said e il mar Mediterraneo. Siamo tutti sopra coperta, fra poche ore vedremo la costa  italiana;  nessuno sorride, si  parla a bassa voce, una gran  tristezza avvolge tutti. Cosa troverò in Italia, come troverò  mia madre e mio fratello ?  Troverò lavoro ? Sono le domande che ognuno sussurra a se stesso.

La  nave  È  entrata  nel  porto  di  Taranto - 14 gennaio 1946.

Sin  dalle  prime luci dell’alba,  sono sul ponte addossato al parapetto con  tanti  altri;  il  rimorchiatore prende a rimorchio la  nostra nave; il  mar Grande, il mar Piccolo,   la banchina del  porto. Inizia la manovra dell‘attracco; si sente il cigolio dell‘ancora che scende  in mare. Il momento  è  inquietante  ed angoscioso. Sul molo ci sono alcuni soldati  italiani ed inglesi, nessun civile, nessuna autorità, nessun parente, nessun curioso, nessuno,  nessuno  !? Hanno gettato la passerella; un  sottufficiale britannico occupa  la  via d‘uscita e  urla con enfasi : “ The  first  one ! …  go on ! “   ed  inizia a contare ad alta voce; di sotto, in territorio italiano, fanno la stessa cosa un ufficiale italiano  ed alcuni funzionari della Croce Rossa. Il carico umano è stato sdoganato. Un sacerdote è l’unico italiano che ci  regala un sorriso; avvicina  una decina di noi sdraiati sul nudo pavimento del porticato della Caserma e ci invita nei locali della parrocchia. Ci offre un  abbondante minestrone caldo (sono  le  ore 23.00) e ci consente di dormire in un’aula della scuola di catechismo. Le procedure: l’interrogatorio, la verifica  dei  dati  personali,  i timbri  e  le firme richiedono alcuni tormentati giorni di angosciosa attesa. Il rancio oltre che disgustoso  è  insufficiente. Dopo tre giorni,  unitamente ad una pagnotta, al foglio di licenza  in  attesa  del congedo mi consegnano il  prospetto   delle  spettanze da  me  maturate dal 23  ottobre 1942 al  14   febbraio 1946  Sono senza una lira,  ed  ho fame, e non  ci  pagano.  Potrò ritirare  detta   somma  a Brescia solo il 23 marzo  1946. Non sono previsti treni o altri mezzi di trasporto per il ritorno alle nostre case. Ognuno dovrà arrangiarsi. Il viaggio di ritorno (scacciato a pedate dai treni riscaldati riservati ai soli militari alleati) lo effettuo prevalentemente sistemandomi nella cabina del frenatore dei treni merci. Un centinaio di ex prigionieri di guerra  infreddoliti  e avviliti, attendono di trovare  un  posto sul primo treno diretto a nord.  Riesco a salire su un  merci che terminerà la sua corsa  a  Napoli. Al posto militare di ristoro non è possibile entrare: è affollato di civili che chiedono cibo. Sono scene  penose che, purtroppo, ho visto tante volte in Albania in Grecia. Non avrei mai immaginato di rivederle in Italia. Nevica,  rincorro un treno che si è fermato per pochi minuti, mentre si rimette  in moto con  una manovra spericolata riesco a salire sull’ultimo vagone. Sono semi addormentato  rannicchiato sul pavimento vicino alla toilette; arrivano due soldati che urlano qualcosa nella loro lingua. Faticosamente riesco a dire: “ I’m  a  Prisoner of  war.  I’m  coming  from  India I have left  Italy six years ago.  I’m  going  home...”.   I  due sono americani sorridono, mi aiutano ad alzarmi da terra, mi danno  manate  sulle  spalle  e  mi invitano ad entrare nel loro scompartimento; mi rifiuto e  fermo sulla soglia  dico: “ No shower, no  bath, I’ m  dirthy,  filthy.  My dresses  are full of louses” .  Mi siedo sul seggiolino nel  corridoio, mi portano una  tazza di caffè caldo, pane e una scatoletta di formaggio. Altri soldati nel frattempo si  sono avvicinati, mi  offrono birra; dimostrano una cordialità veramente inattesa. Non capisco quasi nulla di quello che mi dicono, ma i loro atteggiamenti esprimono  tutto quello di  cui  in questo momento  ho bisogno: un po’ di calore umano. Mi addormento seduto sullo sgabello nel corridoio e poco dopo (  2 / 3 / 4  ore  ? ) mi svegliano. “ Get  ready .  Next   stop  is  Rome.....  Good  luck ! “. Stringo alcune  mani, mi danno un sacchetto che contiene due filoni di pane bianco, tre pacchetti di  sigarette, una  bottiglia di birra.  Mi vogliono dare del denaro che  rifiuto.  Ho le lacrime agli occhi, sono commosso,  ma riesco a trattenermi. Il  treno si è fermato fuori dalla stazione e dopo pochi minuti  riparte. Sono solo in piedi, in mezzo ai  binari. Per la prima volta piango.

UN TRENO RISERVATO

alle truppe alleate si ferma. Lo tengo d'occhio e dopo circa mezz’ora  riparte. Sono le ore  23.00  e  decido di  tentare. Lo rincorro e, anche se ostacolato dalla mia valigetta di legno e dal sacco, riesco a salire sull’ultimo  vagone; mi chiudo nella toilette. Bussano, ma io non rispondo, esco solo quando il treno aumenta la velocità. Un soldato inglese con  la  mano nella patta dei pantaloni slacciati, entra furioso. Quando esce mi chiede “tu tagliano ?” rispondo  affermativamente.  Mi dà uno schiaffone ( la sua mano, mi sembra grande come un badile ) che mi scaraventa nello scalino della porta  d‘uscita del vagone. In  posizione fetale, non mi  muovo e non rispondo alle sue invettive. Siamo ad  Orte,  poche decine di  chilometri dopo  Roma; il  treno rallenta e si  ferma. Arriva  un  M.P. (Military Police) urla parole incomprensibili,  ma il suo gesticolare  e le espressioni del  suo volto sono inequivocabili; non mi alzo da terra, anche per evitare un probabile calcione, in ginocchio  apro la porta  e mi  lascio scivolare sul  marciapiede. Sono le quattro del  mattino e c’è un  traffico  intenso  di treni  affollati di truppe alleate;  alcune  carrozze  possono  ospitare anche i civili, ma  è impossibile salirvi, sono prese d' assalto. Dopo un paio di tentativi  rinuncio e decido  di attendere un  altro treno.  Trascorro la notte in un sotterraneo della stazione al caldo su una  branda con coperte,  non  ci  sono docce e tanto meno acqua calda, ma dopo tanti giorni  dormo bene; anche i pidocchi,  mi  sembra,  si sono presi una vacanza. La Polizia  Ferroviaria non consente a nessun  italiano di salire sui treni riservati ai militari alleati.  Annunciano  una “tradotta” in partenza alle 22.00.  Passa un treno merci con una decina di vagoni scoperti, è gremito all’inverosimile da ex prigionieri e civili.  Sembra il tetto di  quei  treni affollatissimi che ho  visto  in  India. Rinuncio al piatto caldo perché è impossibile avvicinarsi al  pentolone del rancio  a causa dei tanti civili che fanno  la coda.. Dopo alcune ore un altro treno merci rallenta, lo prendo al volo. I vagoni sono chiusi, ma riesco a sistemarmi nella cabina del frenatore in un pianale senza sponde.  Arrivo a Firenze quasi congelato. Su un altro  marciapiede è in sosta un  treno  “riservato alle truppe alleate” diretto al Brennero, la porta dell' ultimo  vagone è aperta, salgo e mi chiudo nella toilette; quando parte esco e constato che l’intero vagone è riscaldato ed è completamente vuoto, mi sdraio sul pavimento fra due sedili, non solo per non sporcarli, ma anche perché sotto i sedili c’è il radiatore che riscalda lo scompartimento. Mi sveglia un calcio replicato varie volte con rabbia.  È un sergente italiano della Polizia Ferroviaria. Tento di  dirgli chi sono ed egli mi dà uno schiaffo in pieno viso; inferocito  mi avvento contro di lui, lo abbraccio,  è molto  più robusto di me,  lo graffio con rabbia in viso e riesco a  mordergli  un dito; lui urla, sento  il sapore dolciastro del sangue in bocca, ma non lascio la presa; ho perso completamente il controllo. Alcuni ufficiali inglesi  ci  separano  e lui  mi mette le manette. A Bologna mi accompagna, ammanettato,al posto di Polizia. Al Maresciallo dei Carabinieri  dice  che io l’ ho insultato  ed  aggredito, mostra il dito fasciato ed un paio di  cerotti sul viso. Io non parlo, anche se perdo sangue dal naso; sono veramente soddisfatto. Sono contento, anche perché vedo che il  poliziotto si sta grattando  sotto  il collo della  camicia e sotto le ascelle; credo  proprio di avergli trasmesso  qualche  famigliola di pidocchi. Quando rimango solo con il Maresciallo racconto il mio avventuroso viaggio; il sottufficiale non fa commenti e mi chiude in una stanza, riscaldata. Poco dopo un Carabiniere mi  porta una buona  minestra calda,  pane, spezzatino di carne al sugo e sorridendo dice: “Questa branda è tutta per  te, fra tre ore c’è un  treno per Parma. Non preoccuparti,  provvederò io a svegliarti”. Arrivo a Parma alle ventitre. Il Centro di Ristoro è funzionante ed accogliente. Una  anziana signora mi avvicina e dice: “Cosa  vuoi ? tagliatelle o tortellini ? … “ la interrompo: “no grazie. Ho freddo e  desidero  solo  dormire”.  Mi sistema in una poltrona sgangherata vicino alla stufa,  mi  da  una coperta  e  mi accarezza  più volte il  viso. Verso le due del  mattino sento  un brusio  intenso che in breve diventa un baccano infernale. È in arrivo un treno per Verona; civili, militari, ex prigionieri lo prendono d‘assalto. Intervengono i  Carabinieri che  riportano l’ordine;  io rimango  a terra. Parto, nel pomeriggio, da Parma per Verona con un treno merci, ospita un centinaio di  ex prigionieri. Mi unisco a due bresciani miei vicini di casa a Brescia, sono  ben  vestiti: giacche e pantaloni militari  ed  un confortevole cappotto,  rientrano dall’Egitto. Non mangio da ieri, anche loro sono affamati, comunque hanno un fiasco di vino che si rivela quanto mai provvidenziale per combattere il freddo gelido. Ci sistemiamo nella solita cabina del frenatore avvolti dal nevischio all’aperto; generosamente i due mi stringono in mezzo a  loro e  mi  proteggono dal gelo con i loro cappotti. Alle quattro del mattino arriviamo a Verona, sono ormai vicinissimo a casa e decido di non approfittare dell’ospitalità dell’efficiente Centro Militare di ristoro. È  in  partenza un  treno per  Milano. Dopo un  “dibattito” violento con un ferroviere che non  vuole farmi salire senza biglietto, grazie anche all’energico  intervento  in  mia difesa dei due amici bresciani  (loro si fermano a Verona)   riesco a salire  sul   treno. Alle sei  scendo  alla stazione di Brescia, vado al posto di  ristoro, non c’è nessuno, solo una suora affettuosissima; mi fa sedere  vicino ad  una  stufa che emana un delizioso tepore, mi  porta caffelatte  bollente, pane per una  maxi  zuppa e  mi  fa pregare con lei.  Non posso avvisare la mamma del mio arrivo, il telefono (e la vasca da bagno) allora erano un lusso  riservato  a poche persone.  Nel piazzale della stazione osservo le macerie degli edifici ammucchiate ai lati del piazzale. La testimonianza  dei  bombardamenti  è ben  visibile ai lati delle strade: in Corso Martiri  della Libertà,  all’incrocio  di  Corso  Palestro ed  in  Piazza  Rovetta.  Nel mio quartiere, fortunatamente non  c’è traccia di  bombardamenti.

Arrivo in Via Elia Capriolo, salgo le scale, la porta è solo accostata, busso e sussurro “mamma ”.

Un abbraccio interminabile.

 Gino

 

18 OTTOBRE 2010

redattore Gino Compagnoni

PRIGIONIERI DI GUERRA

Dopo due anni di guerra in Albania, Grecia e ad El  Alamein e quattro anni  da prigioniero di guerra, al mio  ritorno in Italia ho recuperato su un polveroso scaffale in cantina un quaderno dove, durante e subito dopo il mio ritorno in Patria,  ho scritto il  mio diario di quegli anni. Qui di seguito, così come li ho fissati, oltre settant’anni fa su un foglio di carta, trascrivo gli  avvenimenti riferiti ad alcuni episodi dell’ultimo  periodo di prigionia.

Natale 1944 - San Giovanni d’Acri  .

Il complesso nel quale presteremo la nostra attività sorge sulla riva del mare ed è formato da gruppi di baracche in mezzo al verde. Siamo a meno di un chilometro dalla cittadina fondata dai Crociati e diventata successivamente con la conquista di Gerusalemme, capitale del Regno Crociato. Dalla finestra della mia baracca vedo le mura, il forte della città,  il quartiere dei Cavalieri di   Malta e la magnifica spiaggia. In una grande Caserma per Allievi Ufficiali, unitamente a soldati inglesi, una cinquantina di italiani collabora alla gestione dei servizi del Campo. Sulla spallina destra  della camicia un nastrino in campo bianco è scritto in rosso “ITALY”.Siamo una decina, liberi da impegni di lavoro e assistiamo al rito religioso celebrato da un sacerdote protestante. Dopo la cerimonia ci appartiamo nella nostra baracca. Ascoltiamo gli schiamazzi ed i canti dei britannici che festeggiano il Santo Natale con il tradizionale, anche per loro, cenone natalizio. Ci guardiamo l’uno con l‘altro in silenzio, ascoltiamo la radio e attendiamo il ritorno dei nostri compagni occupati nelle mense; dopo mezzanotte arrivano con arrosti, dolciumi, bottiglie di vino e di  birra. I nostri due cuochi hanno confezionato, un menù eccezionale, ma nessuno  mangia,  nessuno sorride, nessuno parla. Nel salone-ritrovo, da noi volutamente tenuto semibuio, un napoletano inizia a cantare “Marechiaro”,  risponde un milanese con “Oh mia bela madunina”, continuano gli alpini con “il Capitano comandante  la  Compagnia ”, il “ ta-pum,  ta-pum, ta-pum” il coro del “ Nabucco”….. commozione, qualche furtiva lacrima. Sono lontano da casa da tanto tempo (è il quarto Natale dal 1940) e comincio ad immaginare le difficoltà che dovrò affrontare al mio ritorno in Patria. Un fatto mi è ben chiaro, in Italia non userò la macchina da scrivere e tanto meno coordinerò le presenze al lavoro di camerieri, cuochi e giardinieri ecc., e nemmeno farò l‘apprendista interprete; tornerò in  Italia  augurandomi di trovare, in tempi brevi, lavoro in qualche officina meccanica.                                                  

Quando devo accompagnare all’Ospedale Militare di HAIFA coloro che necessitano di visite specialistiche  il pass mi consente di chiedere l’autostop a tutti i mezzi inglesi. Ne parlo con Najib Tual (un ufficiale inglese con il quale collaboro) e, tramite lui dico del mio desiderio ad un altro ufficiale che mi saluta sempre con cordialità. È innamorato dell‘Italia e quando può mi chiede di Firenze, di Venezia, di Roma e del suo desiderio,  dopo  la  guerra, di fare un viaggio in Italia con la sua famiglia. Dopo una settimana, grazie al suo intervento ed a quello di Najib Tual il quale, anche se dispiaciuto, ha validamente  sostenuto la mia richiesta, sono trasferito in una caserma di soldati inglesi a Rishon Le  Zyon e poi a Tel Aviv in riva al mare. Lavoro con altri sette italiani in un’officina meccanica su tre turni di otto ore.  Il turno per noi italiani è sempre  fisso,  dalle  13 alle 21,  mentre  i  due  turni inglesi si  alternano nelle altre 16 ore.  Il lavoro consiste nella manutenzione di materiale ferroviario e, con il nostro arrivo, anche della produzione di pezzi di ricambio.  I miei nuovi compagni di lavoro sono operai molto capaci e non c’è problema  che  venga risolto senza chiedere la nostra  partecipazione. Alla domenica possiamo muoverci liberamente. Incontriamo i giovani ebrei i quali vivono serenamente una vita di grandi sacrifici. Qualche volta prendiamo l‘autobus e con loro passeggiamo liberamente per i vicoli  della Medina  di Jaffa e per le strade di Tel-Aviv; oppure  facciamo il bagno sulla spiaggia che si vede a circa 500 metri dal nostro alloggio. Attendiamo tranquilli il giorno  del nostro ritorno in Patria  

In spiaggia a Tel Aviv: da sinistra  i paracadutisti bresciani: Filippini (Bagnolo Mella), Bugatti Lumezzane, Compagnoni  (Brescia), Senna di S. Genesio  (Pavia) 

Marzo 1944 

È domenica e stiamo avviandoci verso la spiaggia dove trascorreremo la giornata. Un ufficiale  inglese  ci  ferma  e  dice:“ ho una notizia importante per voi ”.  Ci legge un Ordine di servizio che prevede il nostro trasferimento in Egitto. Salutiamo gli amici inglesi  e prepariamo  il  nostro  sacco. Mi porto gli indumenti (nuovi) che ho acquistato in un magazzino militare, i miei libretti (Essential English) le mie poche cose ( il guscio di una tartaruga e di un granchio gigante ) la gavetta,  le  posate ed una coperta perché in Egitto, non troverò sicuramente una situazione simile a quella che sto per  lasciare. A bordo di un autocarro partiamo per la nuova destinazione. Passiamo da Gaza e rientriamo in Egitto. Attraversiamo  il deserto del Sinai ed a  notte fonda ci rendiamo conto di essere ritornati al Campo 308. In un recinto del Campo con circa un centinaio di altri “cobelligeranti ” siamo in attesa di conoscere la prossima destinazione. Gli anziani prigionieri che incontro fuori dalla gabbia  quando vado a  fare la “spesa viveri”,  mi dicono che  siamo fortunati  perché andremo in Italia ( a Napoli ) per lavorare nei cantieri  navali.  Dopo una settimana, presentato da un R.S.M. ascoltiamo in piedi ben allineati e coperti così come vuole la rigida disciplina dell‘Esercito britannico un Colonnello che esordisce dicendo. “ tutti sedere terra,”  ci guarda sorridendo e dice:  “mi odiate  tutti? ; riceve,un inaspettato applauso.  Un po’ sorpreso continua a parlare - a braccio -  in un “italiano“ incomprensibile;  forse vuol elogiare la nostra decisione, forse la nostra capacità di  lavoro; solo alla fine del discorso quando  un ufficiale gli porge  un  foglio che egli legge, riusciamo a capirlo.  ” ..….d’intesa con il Governo italiano  la vostra destinazione è l’India …“ la vostra destinazione è  l ‘ India …  Urla, proteste, richieste di esonero per gli ammogliati con e senza figli, non dovrebbero partire quelli  delle classi 1916 e 1917 ( sono ininterrottamente in servizio dal 1939 ). Gli inglesi sollecitano la presentazione di domande di esonero, devono essere corredate dalla descrizione di dettagliati motivi familiari. Gli inglesi raccolgono tutto, ascoltano con interesse, ma non danno alcuna risposta  né lasciano filtrare la minima indiscrezione. Per quanto mi riguarda io non me la prendo più di  tanto. Vedrò  un grande ed esotico paese:  l‘India. Trascorrono due settimane e finalmente si parte. Siamo 150 metalmeccanici provenienti da vari Campi . Un breve tratto in autocarro e poi in treno. Alcuni soldati inglesi che ci accompagnano dicono: “ se il treno va verso Porto Said ( Mar Mediterraneo)  andrete in  Italia, se invece si dirige a Sud (Mar Rosso) mettetevi il cuore in pace perché andrete in India”. Siamo  tutti  affacciati  ai finestrini e leggiamo ripetutamente sugli  indicatori stradali “ Ismailia “. La posizione del sole ci dice che stiamo andando a nord.  Sembra proprio vero. Andremo  in Italia. Il convoglio arriva a Porto Said. Dalla stazione ferroviaria, carichi del nostro fagotto, marciamo ordinati e sorridenti, verso una grande nave all’ancora. Saliamo su uno zatterone che si avvicina alla nave, iniziamo la salita arrampicandoci sulle scale di corda che penzolano dal ponte. I soldati inglesi dall’alto lanciano monetine sulla zattera e non riusciamo a capire il motivo degli insulti che ci rivolgono a squarciagola. Io sono nel mezzo del gruppo che si sta arrampicando; sul ponte è iniziata una rissa furibonda, la tensione ed il risentimento contro gli inglesi si sono accresciuti.  Quando anch’io arrivo sulla nave mi butto, armato della mia gavetta, mi lancio nella mischia. Arrivano una ventina di M.P.( Military Police i quali, senza alcuna distinzione fra noi ed i loro commilitoni, distribuiscono manganellate ai protagonisti della battaglia. Gli inglesi si ritirano e noi veniamo convogliati  nei posti che ci hanno assegnato. Hanno  chiuso  le uscite e per tutto il pomeriggio e la notte nessuno si fa vivo. Nemmeno per darci da mangiare  e  bere. La nave parte, dagli oblò al pelo dell‘acqua ( siamo chiusi nella sottocoperta ) vediamo scorrere le pareti del Canale di Suez. Nascono i primi dubbi.  Al mattino  la conferma: ci stiamo avvicinando ai laghi salati dove vediamo  ancorate due  grosse navi da guerra italiane ( sono  lì bloccate sin dall‘inizio della  guerra ). A destra ed a sinistra sulle rive del Canale ammiro  il  paesaggio: dune, palme,  campi   coltivati, casupole, qualche capra e tanti bambini. Arriviamo in  mare  aperto. Ora  siamo liberi di salire sul ponte della nave. Con comprensibile  piacere  siamo  passati  dal tanfo della stiva all‘aria  frizzante del mar Rosso. Le proteste sono inutili: andiamo in India. La guerra continua contro il Giappone e noi … siamo  cobelligeranti.  

“Napoli è occupata dagli americani; gli alleati combattono a Cassino e con loro, combatte contro  le  truppe   tedesche, un reparto dell’Esercito italiano, circa 4.000 uomini. In quella occasione (gennaio/maggio 1944, linea Gustav) così telegrafò il generale americano Clark al maresciallo Badoglio capo del Governo italiano: “ … la  ferrea  volontà  dei soldati italiani  può  ben  essere presa ad  esempio da tutti i popoli  europei  che combattono  contro  l’offensiva  tedesca.“””  Il Mar Mediterraneo è ormai lontano.  La speranza di  andare in Italia è svanita  Alcuni  dei  nostri  piangono. Un sottufficiale inglese mi consegna un tesserino  del quale, qui di seguito ne riproduco copia.

 

 

Un gruppetto di giovanissimi soldati inglesi provenienti dall’Inghilterra, chiamati alle armi da pochi mesi, ci avvicina ed inizia subito un cordiale dialogo. I motivi della rissa al momento dell’imbarco sono immediatamente chiariti. Non si capisce da chi e perché ai nostri compagni di viaggio, più di un migliaio, era stato detto che noi eravamo soldati  italiani “mercenari”. Il giorno dopo con Guffanti uno dei componenti la mia squadra e cinque giovanissimi londinesi, formiamo  un  gruppo con il quale trascorriamo in allegria ed amicizia i lunghi giorni di navigazione. Gli amici inglesi concordano con noi nel deplorare la spregiudicata scorrettezza commessa sulla nostra pelle dai Governi Italiano e Britannico. Con le reclute inglesi parliamo delle atrocità della guerra e delle vicende personali vissute in Albania, in Grecia, in Libia ed in Egitto, delle nostre famiglie e della speranza di ritornare presto in pace  alle nostre case.  

Febbraio  1945

In Europa la guerra è finita, Berlino è caduta ed a Milano il 25 aprile il CLNAI  (corpo di liberazione nazionale alta Italia) ha assunto i poteri civili e militari. Lasciamo il Canale e passiamo davanti alla statua di Lessep, il realizzatore del Canale di Suez progettato dall‘italiano ing. Negrelli. Siamo usciti dalla incredibile e stupefacente autostrada liquida seguendo la scia di un convoglio eterogeneo di navi. Sono sul ponte di prua con gli amici e guardiamo emozionati le prime onde del Mar Rosso frangersi sotto  la  prua  della nostra nave. Nel Porto di Aden la nave si ferma per due giorni. Imbarca altre truppe ed effettua i rifornimenti necessari per la traversata. Al mattino mi sveglia l‘aumento del rombo dei motori, (ron-ron) un rimbombo che mi seguirà  per  tutta  la  traversata. Un fischio prolungato di saluto e la grande nave affronta il mare aperto; attraverseremo l‘Oceano  Indiano. Siamo  diretti in India a Bombay. Con il gruppetto degli inglesi sono rimasto sul ponte ad ammirare il tramonto e l‘orario della cena è stato abbondantemente superato.  Per il notevole ritardo dobbiamo saltare il pasto. Torniamo sul ponte e siamo affascinati da un nuovo grandioso spettacolo. La volta celeste è punteggiata da innumerabili stelle, la luna sembra a portata di mano ed illumina ogni angolo della nave. La nostalgia di casa nostra ci prende e cantiamo; altri inglesi si uniscono a noi.  Portano birra.

Bombay. Siamo entrati nella baia, due grandi navi da guerra inglesi sono attorniate da nugoli di barche e  barchette con a bordo uomini praticamente nudi, che  attendono che i marinai lancino loro qualcosa da mangiare. Sulla banchina del porto si muove freneticamente una moltitudine di ombre. Non sembrano esseri umani; sono controllati e spronati al lavoro da uomini vestiti di bianco. Inizia lo sbarco.

 

 

                     

 

Arriviamo in una caserma, situata  in un popoloso quartiere; ospita marinai, avieri, soldati  appartenenti alle varie specialità dell' esercito britannico. Con altri italiani sono sistemato, insieme agli inglesi, in  un ampio stanzone con  brande fornite di lenzuola e coperte. La pulizia dei servizi igienici è ottima  ed  il  rancio altrettanto.  

Compagnoni. - Gli italiani che lavorano alla mensa sono stati catturati in Libia nel 1940-1941. Raccontano di aver trovato  una  situazione infernale. Non esistevano baracche, c’erano solo capanne; il tetto di lamiera metallica di giorno si arroventava, l’acqua da  bere - di colore rossastro  - provocava dissenterie gravi ed infine il terreno paludoso era infestato da numerosissimi topolini piccolissimi e da scorpioni  giganti, senza contare  l’afflusso dei serpenti in occasione delle piogge. “Oggi - afferma  il prigioniero anziano che coordina il lavoro delle cucine - ci  troviamo in un vero paradiso; dovrete solo fare  attenzione agli sciami di  corvi i quali,  durante il percorso  ( 100 metri )   che  separano  la cucina dalla sala mensa, puntualmente, all’ora  dei  pasti,  sorvolano numerosissimi   il  Campo  e,  con picchiate  velocissime agguantano  dai piatti il cibo senza nemmeno sfiorare  il  piatto ..”.  

 In alto: immagine del campo.

Siamo rimasti in ventidue, salutiamo con un arrivederci gli altri italiani che lasciano la caserma  in quanto assegnati ad altri reparti. Trascorriamo nel più completo ozio circa quindici giorni. Nessuno  ci avvicina e nessuno dice a quali  compiti saremo assegnati.

6 agosto 1945

I soldati britannici sono impegnatissimi in dure marce e attività  militari varie. Assistiamo ad un momento di intensa attività  per gli inglesi  noi, ancora una volta, siamo ignorati. I nostri amici dicono che siamo  vicini  ad una zona che potrebbe diventare  “Theater  of operations.” Una notte mi svegliano schiamazzi, spari isolati e raffiche di mitragliatrice. I “nostri alleati”  sono quasi tutti ubriachi. Nella mia tenda arrivano quegli amici inglesi conosciuti sulla nave, con una cassetta di bottiglie di birra. Billy, uno scozzese simpaticissimo, mi abbraccia e dice: “le  fortezze  volanti  americane, ( 6 agosto ) hanno  lanciato  la bomba  atomica su  una  città  del Giappone. La guerra è praticamente finita.”  Ci uniamo alla  festa, alle abbondanti libagioni  degli amici inglesi ,,, “

Il giornale del campo riporta i risultati di un torneo di calcio. Io ero nel campo 12.

Nel Campo di Bairagarh cinque giovani inglesi conosciuti sulla nave mi scrissero quanto segue (allego anche  la traduzione in italiano):

Parlando di P.O.W. non posso non ricordare un caro amico che era con me in Palestina, il bresciano 0ttorino Pagani  (la notte del 23 ottobre 1942, ”servente al pezzo” del Serg. Magg Dario Pirlone  MOVM ). Il giorno 8 settembre  1943 - unico del nostro gruppo - rifiutò di collaborare con gli Alleati. Meno di un anno dopo il suo ritorno in Italia fu dichiarato inabile e ci lasciò. La causa della morte: il trattamento ai limiti dell’umanità ricevuto dagli inglesi al Criminal Camp n° 305. Voglio ricordarlo con l’amarezza di non essere riuscito a convincerlo a rimanere con noi.

Non mi stancherò mai di ripetere una considerazione pronunciata il 25 ottobre 2008 in onore dei caduti ad El  Alamein dal Presidente della Repubblica nel corso della Cerimonia: “… Rendiamo dunque omaggio alle alte virtù morali e alle straordinarie doti di coraggio di cui decine e decine di migliaia di uomini diedero qui incontestabile prova. Tutti furono guidati dal sentimento nazionale e dall’amor di Patria, per diverse e non comparabili che fossero le ragioni invocate dai Governi che si contrapponevano su tutti i fronti nel secondo conflitto mondiale. Fu una sconfitta che non avrebbe gettato alcuna ombra sui valori di lealtà e di eroismo dei combattenti italiani o tedeschi, ma che fu dovuta - non solo -  ad El Alamein, alla soverchiante superiorità di uomini e di mezzi dell’opposto schieramento, ma alla storica insostenibilità delle ragioni delle motivazioni e degli obiettivi dell’impresa bellica nazi-fascista. Tutto questo è oggi e da un pezzo, alle nostre spalle: ma non va dimenticato. Ed è giusto dire che i veri sconfitti – anche sulle sabbie di El Alamein – furono i disegni di aggressione e di dominio fondati perfino su dottrine di aberrante superiorità razziale. …. “

On. Giorgio Napolitano 

Continua …

Gino

 

26 SETTEMBRE 2010

redattore Gino Compagnoni

MONUMENTI IN PROVINCIA DI BRESCIA 

Fra gli obiettivi che il Presidente e il Consiglio della Sezione intendono realizzare, vi è anche il primo monumento in Brescia dedicato ai paracadutisti di tutte le guerre caduti per la Pace. Nell’attesa vi  propongo alcune iniziative concretizzate autonomamente da alcuni Nuclei della nostra Provincia,

IN VALLECAMONICA

Una santella nel nome della Folgore è stata realizzata e quindi collocata con la collaborazione degli amici del Nucleo, al confine fra Grevo e Paspardo dal paracadutista Bruno Giorgi .

Vuole ricordare i caduti di tutte le guerre ed in particolare  il paracadutista Battista Ruggeri prematuramente scomparso  nel 1970.

 ISEO

Settembre 1989, per ricordare i venti anni dalla fondazione del Nucleo dei paracadutisti iseani è -stato inaugurato un monumento. Promotore Giuseppe Bazzana.

Il monumento presenta da un lato la scritta: “in alto sopra l’abisso c’è sempre il cielo” ed un’immagine di Michele Arcangelo in basso: “Folgore Nembo” Sull’altro lato la scritta: “Mancò la fortuna, non il valore” Onore ai caduti” Un gladio.

SERLE

Nel mezzo dell’Altopiano di Cariadeghe, in fianco della Casa del Fante che ospita le lapidi di un centinaio di caduti del comune di Serle nelle due guerre mondiali, ha trovato spazio una grande urna marmorea e due “elefantini” -  così erano chiamati nella Folgore i cannoni 47/32. Una sola dicitura e due date:

Meloria  - Novembre 1971 –

Ricorda un tragico incidente in cui persero la vita nel mare di Toscana 46 paracadutisti (di leva) della Folgore, sei avieri britannici durante un lancio tattico di esercitazione. Fu la maggiore tragedia dalla fine della 2a guerra mondiale.

Somalia 1993 – il 2 luglio 1993 a Mogadiscio morirono in combattimento al Check Point pasta tre Paracadutisti nella prima battaglia della Missione di Pace dell’Esercito italiano.

CALCINATELLO

Alla “Casa Bianca” –  un agriturismo di Calcinatello - il nostro “FREGIO” è immerso nell’oasi  di verde del luogo, ricorda i tradizionali annuali incontri conviviali della Sezione.

PALAZZOLO SULL’OGLIO

 Al Monumento dedicato al ricordo di tutti i paracadutisti, si aggiunge un’esaltante notizia: un Parco di 44.000 mq. ricorderà i Caduti di El Alamein.L’Assessore Comunale Stefano Raccagni (è anche gregario del nucleo paracadutisti di Palazzolo) mi ha informato della decisione della Giunta Municipale e mi ha scritto che: “ intitolare ad El Alamein un grande Parco ( 44.000 mq. ) serve a far vivere nei posteri un evento importante dal quale si ha molto da imparare in termini di coraggio, determinazione e non per ultimo eroismo. “

Gino

 

07 SETTEMBRE 2010

redattore Gino Compagnoni

L’ULTIMO  VOLO  DI  ITALO BALBO

Lo scorso anno, ( 10 agosto 2009 ) su questa rubrica, è stato dedicato spazio ad una notizia che ha visto protagonista il paracadutista Ten.Colonnello Giuseppe Aloi ( vedasi anche la nota a pagina 11/12 di “Folgore” di giugno 2010 ). Fra l’altro nel testo dello scorso anno, è stata riprodotta la  fotografia del suo primo lancio ( Tripoli, Cartel Benito 1938 ) dedicata dal “Fante dell’Aria” al nostro Presidente cav.uff. Tino Feola. Alle considerazioni ed ai documenti accennati lo scorso anno, si aggiunge un filmato che recentemente è stato trasmesso in tarda serata da RAI 1 dedicato al Maresciallo dell’Aria e Governatore della Libia Italo Balbo. All’epoca la Libia era una Regione italiana denominata “quarta sponda”, fra l’altro, gli abitanti con Legge promulgata dallo Stato italiano avevano acquisito il diritto - a tutti gli effetti - alla cittadinanza italiana.A Castel Benito in Libia era di stanza la prima scuola di paracadutismo.

Il filmato è opera del regista scrittore Folco Quilici il cui padre Nello, in qualità di inviato speciale è morto con Italo Balbo quando l’aereo, pilotato dallo stesso Balbo fu abbattuto dal fuoco amico. Nelle pagine del Diario di guerra del padre ed in un suo libro “Tobruk 1940 “ Ed. Mondadori, egli evidenzia come da quel Diario manchino interi stralci dalla pagina 22 alla 27 del mese di giugno 1940 e il regista si domanda: perché ? Chi si appropriò delle pagine che mancano? Contenevano forse, la chiave del mistero su come mai quella notte di giugno Italo Balbo decise di raggiungere l’avamposto di Sidi Azeis a pochi Km. dal confine egiziano?Balbo - ipotizza il documentarista – forse cercava un contatto con i “giovani ufficiali egiziani” che avevano deciso di cacciare gli invasori inglesi che, nei giorni precedenti avevano inondato Alessandria e il Cairo di volantini contro la guerra inneggianti alla pace. Quilici ha una sua idea, gli storici potrebbero verificare la verità cercando fra le carte negli archivi segreti del Cairo.

 

                                                                                                                      Gino e webmaster

 

02 AGOSTO 2010

UN'ALTRO EPISODIO DELLA NOSTRA STORIA DIMENTICATO

redattore Gino Compagnoni

Anni ’30 : sulle note della fanfara …                                                                         

 in  via Spalto S. Marco a Brescia, ogni sabato pomeriggio centinaia di giovani  adolescenti in camicia nera marciavano, correvano sulle note della fanfara, imbracciavano un moschetto e si addestravano al suo utilizzo.

Questo fatto, in quel tempo,  avveniva – contestualmente - in tutte le città d’Italia.

10 Giugno 1940.

Con la dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna l’Italia entrava in guerra.  

Agosto 1940

Rispondendo all’invito della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio) 20mila operai e studenti 17/18enni ( esenti dalla cartolina di precetto ) partecipavano alla “Marcia della giovinezza”.

450 Km a piedi da Albisola (GE) in 20 tappe raggiungevano Padova.

All’arrivo ne contarono 25.000. Furono selezionati 3.000 giovani che formarono tre Battaglioni. Chiedevano di essere arruolati in qualità di volontari di guerra e di raggiungere il fronte di combattimento.

I tremila giovani, ( con  il consenso firmato dai genitori ) furono addestrati a Formia, Gaeta, a Scauri, a Miturno e, con il giuramento al Re e alla Patria, costituirono il

 “Gruppo Battaglioni Giovani Fascisti”. Era l’unica unità del Regio Esercito formata da soli volontari.

Sul bavero della giacca: le stellette e le mostrine con due punte rosse bordate di giallo.

7 luglio 1941

Il  “Gruppo Battaglioni Giovani Fascisti”  sbarcò a Tripoli e fu inviato a presidiare l’importante nodo strategico di Bir El Gobi. Il compito era arduo ed era il loro primo combattimento.

La battaglia iniziò il 3 e si concluse il 7 dicembre. I combattimenti furono cruenti e resero nullo il piano inglese che prevedeva di dividere in due lo schieramento italo-tedesco e costringere l’armata a togliere l’assedio a Tobruk  

Nonostante l’enorme inferiorità di uomini e mezzi ostacolarono con successo gli attacchi inglesi. Sul campo, rispetto all’asprezza dei combattimenti le perdite furono minime: 53 Caduti, 31 dispersi e 137 feriti.

L’eroica resistenza fu riconosciuta dalla stesso Rommel che volle conoscerli personalmente.

L’8 novembre 1942

Il “Gruppo” per evitare di essere accerchiato fu costretto al ripiegamento. I volontari percorsero 1.000 Km. in piste sconosciute, furono sottoposti agli attacchi dell’aviazione inglese e subirono gravi  perdite di uomini e mezzi.

Ciononostante il Comando dell’ Armata italo-tedesco ritenne che il reparto era ancora efficiente e lo utilizzò come retroguardia a copertura delle forze italo – tedesche in ritirata.

Gennaio 1943

 Arrivò dall’Italia il III Battaglione che fu subito sciolto per rinforzare gli organici decimati del 1° e del II Battaglione.

Il “Gruppo Battaglioni G.F. si attestarono sulla linea fortificata francese in Tunisia.

17-30 marzo

I volontari furono impiegati in violenti combattimenti, anche all’arma bianca. Partecipano agli scontri di El Algheila e Marsa Brega

Il 13 maggio arrivò da Roma l’ordine della resa e “ Le bandiere del II  III Battaglione sono sepolte nella sabbia.

Quella del I è  divisa in diciassette parti ed è consegnata a volontari ed ufficiali affinché la ricompongano rientrati in Patria. “

La bandiera è stata in parte ricostruita e si trova nel Museo Reggimentale.

Settant’anni dopo, superando ogni pregiudizio, è nostro dovere offrire alla riflessione dei nostri giovani paracadutisti questa nota che ricorda una fra le meno conosciute pagine della nostra Storia.

Qui di seguito riportiamo lo stralcio del discorso pronunciato il 25 ottobre 2008 al Sacrario  di El Alamein dal Presidente della Repubblica 0n. Giorgio Napolitano:

 “ …rendiamo dunque omaggio alle virtù morali ed alle straordinarie doti di coraggio di cui decine di migliaia cui diedero incontestabile prova.

Tutti furono guidati dal sentimento nazionale e dall’amor di Patria, per diverse e non compatibili che fossero le ragioni invocate dai Governi che si contrapponevano su tutti i fronti nel secondo conflitto mondiale.

Fu una sconfitta che non avrebbe gettato nessuna ombra sui valori di lealtà e di eroismo dei combattenti italiani e tedeschi, ma che fu dovuta, non solo ad El Alamein, ma alla soverchiante superiorità di uomini e di mezzi dell’opposto schieramento.

Tutto questo da un pezzo alle alle nostre spalle , ma non va dimenticato…”

                                                          

                                                                                                                      Gino e webmaster

                                

by Gino

 

20 luglio 2010

Da  EL  ALAMEIN  a TUNISI

redattore Gino Compagnoni

Sono andato in vacanza varie volte in Tunisia fra Hammamet e Monastir.

Per me e molti italiani quei luoghi erano considerati solamente un posto esotico, una villeggiatura che il Comune di Brescia proponeva ai cittadini anziani a costi convenienti.

Fino a poco tempo fa anch’io,  come molti altri, non associavo al soggiorno il fatto che, a pochi Km. dal nostro ombrellone, aveva avuto luogo l’ultimo eroico sacrificio dei nostri soldati in terra d’Africa. Ho provato un senso di amarezza nel pensare che gran parte degli italiani nulla sapessero di Takrouna, né del segno tangibile lasciato dai “ragazzi” al momento di dissoluzione della Folgore.

Si ricordano i protagonisti della decisiva Battaglia di El Alamein, dell’operazione Henrich, della ritirata nel terribile inverno russo, dei ripiegamenti dei fanti nel fango d’Albania, ma quasi nulla  si conosce della drammatica ritirata degli italiani in Africa Settentrionale

Mi sono quindi posto alcune domande e sfogliando le pagine che descrivono la tenacia con cui i soldati italiani hanno fronteggiato l’8° Armata Britannica mi sono chiesto:  dopo El Alamein,  come hanno affrontato  la tragica ritirata gli uomini che sono sopravvissuti ed hanno continuato a combattere – dal 6 ottobre 1942 al maggio 1943 nel deserto in Tunisia?

I pochi reparti paracadutisti che rimasero compatti riuscirono a rompere l’accerchiamento inglese. Affrontarono la fame, la sete, il timore della prigionia, i mitragliamenti dell’Aviazione Alleata; superarono ogni difficoltà durante la lunga sfibrante e deprimente ritirata sino al maggio 1943.

Circa 500 paracadutisti arrivarono al punto di raccolta, il campo trincerato di Tripoli,  isolati, a gruppi, con ogni mezzo. Si sentivano abbandonati, inutili, fino a quando per iniziativa del Capitano Lombardini comandante della 20° compagnia del Raggruppamento Ruspoli, costituirono amalgamati dall‘amicizia, e dalla  solidarietà germogliata a Tarquinia il 285° Battaglione paracadutisti Folgore.

Va ricordato che mentre con iniziative praticamente personali si svolgeva il lavoro di unificazione dei superstiti provenienti da vari reparti, il Bollettino dello SM/RE aveva, nel frattempo, diligentemente cancellato dall’ordinamento dell’Esercito la Folgore con freddo stile burocratico: “dissolta per eventi bellici”.

 L’8 novembre 1942, a completare la nostra sconfitta ormai certa, il Corpo di spedizione degli Stati Uniti sbarcava in Marocco ed in Algeria per entrare in battaglia a fianco dei britannici.

Ricordare il valore dei nostri soldati ed il sacrificio dei caduti, allorché soverchiati dalle truppe degli anglo-americani che avevano preso Tunisi tagliando ogni collegamento con l’Italia e rendendo inutile la prosecuzione delle ostilità, è molto più di un dovere.

 Riservandomi di riprendere il tema, voglio accennare,  fra i tanti, ad uno degli innumerevoli  episodi di eroismo che ben sottolineano le caratteristiche fisiche, morali, di solidarietà e altruismo dei paracadutisti della Folgore.

 

LA  CONQUISTA  di TAKOUNA

Circa 400 paracadutisti erano riusciti, insieme ad altri reparti italiani e tedeschi, a rompere l’accerchiamento delle truppe Alleate e  continuato a combattere per tutta la ritirata in Egitto, in Libia, fino in Tunisia.

Lì sostennero aspri combattimenti, anche all’arma bianca. Delle cinque compagnie del 285° Battaglione i circa 180 superstiti formarono due compagnie, alle quali il Generale La Ferla della Divisione “Trieste” affidò il compito di conquistare il caposaldo di Takrouna occupato da truppe neozelandesi

Per la conquista del caposaldo (un villaggio arabo abbarbicato sulla cima di un picco roccioso), era necessario effettuare la scalata di una ripida parete rocciosa di  circa 40 metri esposta al fuoco nemico; quella parete che, secondo il comandante - alpino paracadutista - era la sola via da percorrere per occupare la cima. 

“ … il Sergente Maggiore Sanità si offre volontario per l’’impresa e sceglie 12 uomini. Nove sono paracadutisti provenienti dagli alpini, due granatieri e un tedesco. Passano minuti interminabili, ad un tratto dall’alto si sente il gracidare dei mitra tra scoppi laceranti di bombe a mano . Si odono anche urli e tonfi alla base delle rocce . Sono Neozelandesi scaraventati dall’alto in una feroce lotta a colpi di pugnale …. “

Il Caposaldo di Takruna fu conquistato e difeso ad oltranza dal 19 al 30 aprile 1943.

 

“ dall’Alpin de Trieste n° 146 –luglio 2009

Alle ore 13 del 13 maggio 1943 quel che rimaneva dell’Armata Italiana abbassava le armi. Il Maresciallo Alexander, in un commento apparso sulla London Gazete scrive:

“ … Per quaranta mesi ininterrottamente, quando ogni speranza di vittoria era sparita da un pezzo, ufficiali e soldati, specialmente di fronte agli inglesi, avevano dimostrato che quando non potevano vincere sapevano eroicamente morire. “

William Shirer nella Storia del Terzo Reich scriverà: “… Mentre in Libia si combatte ancora , in Tunisia si continua a far affluire uomini e mezzi  per  permettere …. se necessario a Rommel di reimbarcarsi … Se il Führer avesse mandato qualche mese prima soltanto un quinto di quelle truppe e di quei carri armati a Rommel, probabilmente in quel momento “la volpe del deserto” si sarebbe trovata  al di là del Canale di Suez …

                                                          

                                                                                                                      Gino e webmaster

Continua …                                                                           

by Gino

 

02 maggio 2010

Dedicata ai giovani paracadutisti

 Sono pochi i commilitoni della nostra Sezione che conoscono la breve ed intensa storia dei paracadutisti bresciani, a partire  dal nostro precursore, il calzolaio bresciano che intendeva  lanciarsi con un paracadute dalla torre del Pegol ( Palazzo del Broletto ). Riteniamo un nostro dovere scrivere questa schematica nota riferita al paracadutismo ed in particolare a quello bresciano con una sola aspirazione: favorire, come recita l’articolo 2 dello Statuto della nostra Associazione:

l’amore e la fedeltà alla Patria ela glorificazione dei Paracadutisti caduti nell’adempimento del loro dovere, in guerra ed in Pace, perpetuandone la memoria 

DAL  1893  PARACADUTISTI  A  BRESCIA

Cenni storici

Il paracadute, che secondo alcune fonti sarebbe già stato noto in Cina sin dal secolo XV, venne poi studiato da Leonardo da Vinci che nel 1514 ne disegnò un esemplare.

Allo studio ed alla sperimentazione si dedicò poi nel 1595 F. Venalzio da Sebenico, mentre il primo lancio venne compiuto nel 1738 dall’Osservatorio di Montepellier dal francese Leonormand seguito poi da altri.

Una delle prime e singolari imprese paracadutistiche  bresciane viene segnalata dai giornali cittadini nell’ottobre 1893, quando il calzolaio Gerolamo Baronio presenta alla stampa il paracadute da lui costruito con tela e stecche da quattro metri, con il quale pensava di  paracadutarsi dalla torre del Pegol….

Il primo  lancio da un aereo in volo era già stato compiuto nel 1912 dal capitano Berry presso Saint Louis.

Il bresciano M. Ferri nell’agosto 1926 si fece conoscere per i suoi esperimenti nel campo di aviazione di Centocelle davanti a commissioni militari europee, russe,  americane, cinesi e giapponesi.

Nel 1938 alcuni bresciani entrarono a far parte delle Forze Armate Italiane a Castel-Benito in Libia. Era un battaglione formato da paracadutisti libici guidati da ufficiali italiani. Furono chiamati  “Fanti dell’Aria”.

Il 15 ottobre 1939 presso l’aeroporto di Tarquinia nasce la scuola di paracadutismo dove i primi reparti paracadutisti sono addestrati alle nuove forme di combattimento.

Inquadrati poi nella divisione “Folgore “ effettuano nel 1941 il primo lancio di guerra sull’isola di  Cefalonia.

Luglio – novembre 1942: in Africa Settentrionale si distinsero nella Battaglia di El Alamein.

Dopo il sanguinoso cammino segnato dalle fulgide tappe di Al Qattara, Halam Alfa , El  Alamein i  pochi superstiti combattono in territorio tunisino.

Nella battaglia di Tahruna (Tunisia) la “Folgore” cessa di esistere.

Dopo l’otto settembre, la grande maggioranza dei paracadutisti superstiti di El Alamein  e della divisione Nembo combattono nella guerra di liberazione inquadrati nel C.I.L (Corpo Italiano di Liberazione).

Il nome glorioso dei combattenti di El Alamein ritorna durante la guerra di Liberazione dove la tradizione di valore dei paracadutisti viene rinnovato nel “Gruppo di Combattimento  Folgore “. 

Il 22 aprile 1945 a Poggio Rusco (MN)  il bresciano Sottotenente Franco Bagna, nel corso dell’ “Operazione Herring”, che consisteva nel lancio di guerra alle spalle del nemico di 226 paracadutisti italiani,  è  decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria. Il nostro valoroso cittadino è ricordato nel labaro della Sezione di Brescia che è intitolata a lui .

Nel 1947 si ha  la costituzione del Centro Militare di Paracadutismo.

Il 15 giugno 1952 l’Associazione paracadutisti del Vittoriale degli italiani a Gardone Riviera organizza una gara di paracadutismo sul Lago di Garda.

Nel 1957 il paracadutismo sportivo si sviluppa nel dopo guerra, con il primo lancio su Mantova con partenza da Ghedi. 

Gennaio 1963 - Nel paracadutismo italiano ha grande rilievo la figura del Generale bresciano di Corpo d’Armata Aldo Magri, che fu il primo comandante della ricostituita “Brigata Paracadutisti  Folgore”.Magri  effettuò il suo primo lancio a 52 anni; fu Presidente onorario dell’Associazione Nazionale Paracadutisti della Sezione  formata da reduci della Folgore/Nembo, che  ebbe sede a Brescia a San Polo (via Vittorio Arici, 70).  Presidente  era il Cav. Aldo Sorsoli e Vice Presidente il Cav. Luigi Mariotto.

La Brigata Paracadutisti il 10 giugno 1967 riassume il glorioso nome della “Folgore”.

Brescia negli anni settanta risulta la città che manda più allievi alla Scuola di Pisa e alimenta gli organici della Brigata Folgore di stanza a Livorno. 

Serle ospita il primo Raduno Nazionale dei paracadutisti in congedo e dedica un monumento ai paracadutisti.

All’inizio del 1968 un gruppo di appassionati paracadutisti: Cirimbelli, Faustini, Galli, Mussinelli, Rubagotti e Begni decide di dar vita al Nucleo dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia di Chiari, che viene intitolata a Gian Marco Morina, artigliere paracadutista della Divisione Folgore caduto ad El Alamein nel 1942. Il Nucleo trova una prima sede in via Varisco, si trasferisce in seguito in via Cortezzano, per porre poi il suo recapito in via  Zeveto.

Si  forma a Montichiari un centro di paracadutisti frequentato da 50 – 60 allievi, che dispone di tre aerei e per qualche mese  diffonde la moda dei lanci nei vari centri della provincia.

Nell’ottobre 1975, a seguito della ristrutturazione dell’Esercito, disciolto il 1° Reggimento Paracadutisti, tutti i Battaglioni passano direttamente al Comando di Brigata, riassumendo numerazione e nominativi che si allacciano alle più belle tradizioni: Tuscania, Tarquinia, Col Moschin, 185° Gruppo Artiglieria Viterbo. Con l’abolizione del Servizio di leva e l’adozione di nuove armi e mezzi questo ordinamento è cambiato. La Brigata, però, conserva il suo “peso” organico e non cambia lo spirito dei Paracadutisti.

Il 10 giugno 1984 viene aperta in via San Faustino una nuova sede dell’Associazione Paracadutisti d’Italia con una lapide dedicata ai caduti di guerra.

Nel settembre 1989 un monumento al paracadutista è  inaugurato ad Iseo per ricordare i vent’anni dalla fondazione del nucleo paracadutisti iseani, di cui fu promotore Giuseppe Bazzana.

In declino negli anni ’90, riprende vigore a partire dal 1998 con le concrete iniziative di un gruppo di paracadutisti: Mauro Scaratti, Tino Feola, Mario Regazzi. Presidente è Ruggero Salvo.

Gennaio 2008 – L’Assemblea annuale della Sezione, preso atto  delle dimissioni del Presidente Ruggero Salvo, dopo circa  10 anni di generoso impegno, elegge all’unanimità, a scrutinio segreto, Presidente della Sezione A.N.P. d’Italia, Tino Feola  e riconferma in toto il Consiglio uscente.

Gino & WbMsT

 

29 marzo 2010

20-23 Aprile 1945 – 20-23 APRILE 2010 -  65°Anniversario Operazione HERRING

 di Gino Compagnoni & webmaster

Della Divisione paracadutisti “NEMBO” costituitasi nel 1943, in Sardegna per difendere l’Isola da possibili attacchi Alleati e, del contributo dato dai paracadutisti alla Guerra di Liberazione, pochi conoscono le vicende e gli episodi del suo divenire. Si ritiene quindi, in occasione del 65 Anniversario dell’Operazione Herring,  quanto mai opportuno e giusto ricordare, con questa breve nota, una pagina luminosa della nostra Storia.

Nel maggio 1944 la “Nembo”, trasferita a Napoli, raccoglie in un solo Reggimento i resti di sei Battaglioni paracadutisti superstiti della Battaglia di El Alamein decimati e senza rimpiazzi dal 1942, e assume nei suoi ranghi con alcuni volontari Partigiani: i marinai del “San Marco”.

E’ così costituito il “Gruppo di Combattimento Folgore” che combatte valorosamente al fianco degli Alleati contro le truppe germaniche

Richiamare alla memoria l’episodio del 20/23 aprile 1945, la partecipazione troppo spesso dimenticata delle nostre Forze Armate e il loro consistente contributo alla Guerra di Liberazione è, non solo legittimo, ma doveroso.

Fu una operazione di sabotaggio delle Forze Alleate e Cobelligeranti nell’Italia settentrionale allora nel territorio della Repubblica Sociale Italiana.

Ed è di questo rilevante episodio, alla vigilia del 65° Anniversario della “Operazione Herring” che, con questa sintetica nota, vogliamo ricordare un’azione rapidissima di grande coraggio, affrontata da 226 ragazzi della Folgore/Nembo che si lanciarono con il paracadute in un lancio di guerra, dietro le linee nemiche,  senza conoscere  le difficoltà dell’atterraggio, del ritrovarsi a terra, dell‘individuare l’obiettivo, dell’assaltare, del difendersi in luogo sconosciuto nel buio di una  notte, consapevoli di essere facile bersaglio del nemico.

 

L’avvenimento

All’inizio del 1945 le truppe Alleate erano bloccate sulla “linea gotica”. Dopo numerosi ed inutili tentativi di sfondamento, a fine marzo, il Generale Richard Mc Creery, comandante dell’VIIIa Armata, che fin da El Alamein ben conosceva la combattività dei paracadutisti italiani, chiese al “Gruppo di Combattimento Folgore” duecento paracadutisti volontari per una importante Missione da effettuarsi alle spalle delle linee nemiche.  

 Furono scelti 226 fra ufficiali, sottufficiali e truppa, che furono armati ed addestrati all’aeroporto di Gioia del Colle dall’Esercito inglese al lancio con il paracadute. 

il compito assegnato 

“”” …  alle 26 pattuglie consisteva nel: creare il panico fra i nemici in ritirata, rompere i loro schieramenti con azioni di disturbo e sabotaggio.

La sera del 20 aprile dall’aeroporto di Rossignano Solvay ( Livorno), 14 C-47 decollarono verso la valle Padana andando incontro ad un imprevedibile destino. Appena superata la “ linea gotica “ furono bersaglio di in rabbioso impenetrabile sbarramento, i paracadutisti … vennero lanciati in velocità da una quota di cento venti metri; alcuni dei partecipanti atterrarono esanimi perché colpiti in volo... Ogni paracadutista - oltre alle armi individuali: mitra mab.1 da quaranta colpi,  pugnale e bombe a mano - era dotato di un contenitore con 40 Kg. di esplosivi e munizioni. Non erano previste le vettovaglie poiché era scontato l’aiuto della popolazione. “””

 

 Nella foto, una delle pattuglie in volo verso l’obiettivo.

 I RISULTATI  dell’ AZIONE:

44 automezzi distrutti, 7 strade di grande comunicazione distrutte, 3 ponti salvati dalla distruzione, un deposito di munizioni distrutto, 77 linee telefoniche distrutte. Caduti: 31, feriti 26.

Considerato che essi operarono nelle notti del 20/21/22/23 e in zone diverse da quelle programmate a causa delle enormi difficoltà incontrate, si può affermare che i risultati furono molto positivi e contribuirono ad accelerare la fine delle ostilità sul suolo italiano.

Gino & WbMsT

 

06 marzo 2010

Centocinquant’anni dall’unita’ d’ITALIA

Il  TRICOLORE

(il verde delle nostre pianure, il bianco delle nostre cime, il sangue dei caduti)

 

L’origine della Bandiera Tricolore risale alla fine del settecento quando gli ideali ed i simboli della Rivoluzione Francese si diramarono anche in Italia. Sono state fatte diverse ipotesi, ma la più attendibile è quella del maggio 1796, che coincide con l’arrivo delle truppe Francesi in  Lombardia.

I reparti italiani, costituiti per affiancare l’esercito di Napoleone Bonaparte, presentavano il loro vessillo con i colori bianco, rosso e verde (verde all’asta) dove compariva l’antichissimo stemma comunale di Milano.

                                              

La consacrazione politica e nazionale del tricolore avvenne l’anno dopo a Reggio Emilia nella sede del Parlamento della Repubblica Cispadana che, su proposta di un deputato,  il 7 gennaio 1797 decretò:

 “ che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori Verde, Bianco e Rosso e che questi tre colori si usino anche nella Coccarda Cispadana. La quale debba essere portata da tutti.”

La Bandiera era costituita da tre fasce orizzontali; al centro di quella bianca lo stemma della Repubblica Cispadana, composto da un faretra contenente quattro frecce che identificavano le province di Reggio Emilia, Modena, Bologna e Ferrara  con la cui unione era stata proclamato la Repubblica.)

 

Dalla fusione della Repubblica Cispadana con la Lombardia derivò sempre nel 1797  la Repubblica Cisalpina, la quale adottò il tricolore a bande verticali 

 L’EPOCA NAPOLEONICA

La Campagna di Napoleone in Italia ( 1076 – 1799 ) sgretolò l’antico sistema di Stati in cui era divisa la penisola.

Nel giugno 1800 Napoleone con la vittoriosa Battaglia di Marengo decise le sorti italiane ed a Lione il 26 gennaio 1882  proclamò la Repubblica Italiana della quale diventò il Presidente. La bandiera subì una radicale trasformazione. Restarono i colori bianco rosso e verde, disposti in un quadrato rosso nel quale fu inserito un secondo quadrato bianco che circoscriveva a sua volta un quadrato verde.   

 

 Nel 1805 Napoleone diede vita allo Stato Italico e modificò ulteriormente il precedente vessillo che riprese a forma quadrangolare. Mantenendo inalterati i tre colori con al centro lo stemma napoleonico.

La prima città ad inalberarlo fu Venezia, seguita, nell’ordine, da: Brescia, Padova. Bergamo, Vicenza e Verona.

Durante il dominio di Napoleone Bonaparte, dopo l’annessione  delle città dell’Emilia Romagna, (Bologna, Ferrara, Modena,  Reggio Emilia, Massa Carrara e la Zona della Garfagnana)  rese libere e indipendenti dagli antichi Governi furono unificate da Napoleone Bonaparte nella Repubblica Cisalpina. 

Nei successivi tre decenni l’Italia - ancora divisa in sette Stati – la bandiera fu  il simbolo che unì e ispirò a Goffredo Mameli, nel suo canto agli italiani“ …  raccolgaci in unica Bandiera una speme … “

Da allora, le Bandiere degli Stati italiani furono investite da una ventata tricolore.La Bandiera Pontificia si fregiò nel marzo 1948 di una fascia tricolore, la Repubblica Romana adottò il tricolore senza alcun  stemma, Venezia adottò il Tricolore con il Leone di San Marco in alto sulla banda verde, il Gran duca di Toscana consentì che suo stemma fosse inserito nel tricolore, il Regno delle due Sicilie riportò al centro del telo bianco la figura di Trinacria, il Regno di Napoli adottò la Bandiera Reale circondata da colori italiani, su quella delle due Sicilie, al centro del Tricolore fu posto lo Stemma reale.

 

    

  

      

A Milano. Il 23 marzo 1848 - la cacciata degli austriaci - venne annunciata con un manifesto che terminava con queste parole: “”” Abbracciate questa Bandiera tricolore che, pel valore vostro, sventola nel Paese, e giurate di non lascatevela strappare mai .”””

 

1848 – Carlo Alberto promulgando lo statuto adottò il vessillo tricolore con il proclama rivolto ai Popoli della Lombardia e del  Veneto  in cui era scritto: “””” … per meglio dimostrare il sentimento dell’unione italiana, le truppe piemontesi entreranno in Lombardia e nel Veneto portando lo scudo dei Savoia sovrapposto alla Bandiera Tricolore … “””

L’Assemblea Costituente nella seduta del 24 marzo 1947 approvò l’art. 12  della Carta Costituzionale che recita:

“”” La Bandiera italiana è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso a tre bande verticali di uguali dimensioni.

Con la nascita della Repubblica il 1° gennaio 1948 e l’entrata in vigore della Costituzione. scomparve dal Tricolore lo stemma sabaudo e fu confermata Bandiera della Repubblica italiana.

 150 ANNI DOPO,

l’Italia, lasciandosi alle spalle secoli di povertà, violenza e degrado - superando contraddizioni e difficoltà - ha raggiunto uno sviluppo che ci ha portato ai primi posti nell’economia mondiale e, nonostante la sconfitta,  un membro fondatore della Comunità europea.  Un’Italia  - una e indivisibile - come l’hanno voluta i nostri padri costituenti - deve superare i pericoli che insidiano l’unità del nostro Paese.  

Oggi come ieri,  non c’è alternativa al crescere insieme.

VIVA L’ITALIA

Gino Compagnoni  (Folgore )                                 Taglietti Secondo   (Nembo) 

 

L’INNO di MAMELI

Sono migliaia i paracadutisti che con consapevole  entusiasmo e spirito di Corpo  da sessantotto anni urlano,  PARA’ – FOLGORE ! ma, pochi conoscono i particolari dell’impresa eroica che ha lasciato un segno tanto positivo nella Storia del nostro Paese e, tanto meno sono informati del significato patriottico che il testo dell’Inno di Mameli esprime. Riteniamo, pertanto di fare cosa utile nel ricordare che il 12 ottobre 1946 l’Inno di Mameli diventò l’Inno nazionale della Repubblica Italiana e, che Il “canto degli Italiani” nacque nel clima di fervore patriottico che preludeva la guerra contro l’Austria. La cultura classica del ventenne autore del testo, Goffredo Mameli ( era l’anno 1847 )  con l’inno si richiama alla Storia d’Italia e, a partire dall’Impero romano, ripercorre sette secoli di lotta contro il dominio straniero. 

L’Elmo di Scipio che cinge la testa dell’Italia è di Scipione l’Africano;  La Vittoria si offre alla nuova Italia e a Roma.

Un’unica Bandiera una speme (speranza) per i Comuni d’Italia ancora divisa in sette Stati,

 La battaglia di Legnano del 1176 e la sconfitta del Barbarossa; l’estrema difesa della Repubblica di Firenze di cui fu simbolo il Capitano Francesco Ferrucci,  Ferruccio, 1530; la figura del Balilla, simbolo della rivolta popolare a Genova,  nel 1746 ed infine

 i Vespri siciliani che ricordano l’insurrezione di Palermo contro i francesi , chiamati a raccolta dal suon di ogni squilla ( tutte le campane).

Siamo deboli (giunchi) ma vinciamo le spade vendute dell’Austria, sono le truppe mercenarie che insieme con la Russia ( il cosacco) avevano smembrato la Polonia.  Il sangue di due Popoli oppressi (italiano e Polacco) si fa veleno che dilania il cuore dell’aquila d’Austria.

WbMsT

 

intervista a Gino "Il giorno" del 30.01.2010

 

28 gennaio 2010

Almeno una volta nella  vita il paracadutista

 deve andare ad El Alamein

 Il 23 gennaio 2010, l’Assemblea annuale della Sezione ha eletto il Consiglio e riconfermato Presidente, con voto unanime, il Cav.Uff. Par. Tino Feola.

Quest’ultimo nel corso dei lavori ha, fra l’altro, accennato al recente viaggio ad El Alamein di un gruppo di paracadutisti bresciani svoltosi nel mese di ottobre 2009.

L’ultimo giorno del soggiorno, svoltosi nell’affollato auditorium dell’Hotel, è stato dedicato alla visione di filmati (opera del Consigliere Nazionale Aldo Falciglia) delle fasi salienti della mitica Battaglia, che sono stati dettagliatamente illustrate, alternando gli aspetti tecnico-operativi agli atti di eroismo di singoli “folgorini”, dagli ex Generali della Brigata Folgore: Giovanni Giostra e Salvatore Iacono.

 

Su richiesta degli organizzatori l’intervento conclusivo della manifestazione è stato affidato al “folgorino” della Sezione A.N.P. d’I. di Brescia. 

Riteniamo utile riportare le più significative lapidi riprese sia all’interno che all’esterno del Sacrario dove sono tumulati  4.634 Caduti dei quali 2.447 noti e 2.187 “ignoti a noi, noti a Dio”.

 

 "Gino, Secondo e Mario accanto alle lapidi commemorative, nel deserto di El Alamein"

 

Riteniamo utile riportare le più significative lapidi riprese sia all’interno che all’esterno del Sacrario dove sono tumulati  4.634 Caduti dei quali 2.447 noti e 2.187 “ignoti a noi, noti a Dio”.

 

 

...

by Gino

 

 26 ottobre 2009

 67 anni dopo: Paracadutisti !

 ALMENO  UNA  VOLTA  NELLA VOSTRA VITA ANDATE AD EL  ALAMEIN

Il Sacrario sorge su un'ampia zona desertica  Tutto intorno si estende la vasta pianura sulla quale si svolsero le grandi battaglie di El Alamein. L'opera muraria ( 50° anniversario dalla sua fondazione ) sorge su progetto del Colonnello  Paolo Caccia Dominioni M.O.V.M. già Ufficiale del Genio alpino nella 1° guerra mondiale  Comandante del XXXI battaglione guastatori “Folgore".  Dedicò 12 anni della sua vita all’ardua Missione di ricerca dei Caduti fra le sabbie del deserto egiziano incurante dei disagi e dei rischi che la ricerca comportava.  A circa  500 centinaia di metri dal Sacrario a quota 33 una lapide ricorda gli artiglieri del 52° Gruppo che nel luglio 1942  si sono sacrificati . Da  qui mossero 355 ricognizioni nel deserto, oltre 400.000 Km. Percorsi,  per il ricupero di Caduti. Nel Sacrario riposano oltre 5.200 italiani.  A fianco di una piccola Moschea sono sepolti 232 Ascari-Libici nel cimitero Mussulmano.  Mi sembra utile e doveroso ribadire un’importante affermazione pronunciata dal Presidente della Repubblica il 25 ottobre 2008 in occasione del 66° anniversario della Battaglia di El Alamein:

decine di migliaia di uomini diedero qui incontestabile prova. Tutti furono guidati dal sentimento nazionale e dall’amor di Patria, per diverse e non comparabili che fossero le ragioni invocate dai Governi che si contrapponevano si tutti i fronti nel secondo conflitto mondiale. Fu una sconfitta che non avrebbe gettato alcuna ombra sui valori di lealtà e di eroismo dei combattenti italiani o tedeschi, ma che fu dovuta - non solo -  ad El Alamein, alla soverchiante superiorità di uomini e di mezzi dell’opposto schieramento, ma alla storica insostenibilità delle ragioni delle motivazioni e degli obiettivi dell’impresa bellica nazi-fascista. Tutto questo è oggi e da un pezzo, alle nostre spalle: ma non va dimenticato. Ed è giusto dire che i veri sconfitti – anche sulle sabbie di El Alamein – furono i disegni di aggressione e di dominio fondati perfino su dottrine di aberrante superiorità razziale. …. "

On. Giorgio Napolitano -  El Alamein 25 ottobre 2009

 “ …  Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti della Divisione  “Folgore …”

B.B.C. London. Dalla radiocronaca di un discorso alla Camera dei Comuni di Londra del primo Ministro Winston Churcill

“ …  Gli italiani si sono battuti molto bene ed in particolare la Divisione “ Folgore “ che ha resistito al di là di ogni possibile speranza.  

Radio Cairo, 8 novembre 1942 – Heartbrington

 “ … La resistenza opposta dai resti della Divisione “Folgore" è stata invero ammirevole.

“ Reuter” ... novembre 1942.

 Gli ultimi superstiti della "Folgore"  sono stati raccolti esanimi nel deserto. La "Folgore" è caduta con le armi in pugno …

Il colonnello comandante  il 187° regg. Paracadutisti “Folgore “ Luigi Camosso

by Gino

 

26 settembre 2009

LA NOSTRA STORIA - 3^ parte - redattore Gino Compagnoni

BBC London … LA  FOLGORE  E’  CADUTA  CON  LE  ARMI  IN PUGNO 

Stralcio dalla relazione del 187° Reggimento paracadutisti “Folgore” sui combattimenti in Africa settentrionale ( El Alamein )

 

 ""La sera del 2 novembre 1942 verso le ore 21.00 il 187° Reggimento riceveva l’ordine di ripiegare …

I carri armati nemici ci attaccavano da tre lati , verso le ore 10,30 si presentavano anche dal quarto lato  rendendo impossibile ogni ulteriore movimento…Verso le ore 12.00 tutte le munizioni delle armi pesanti erano esaurite e la difesa era sostenuta dalle sole armi leggere che disponevano di ben pochi colpi. Carri armati autoblindo, Bren Carriers continuavano a serrare il cerchio e, ad intervalli, aprivano il fuoco sui reparti.

 

Alle ore 14.00 l'assoluta impossibilità di reagire, la posizione senza riparo alcuno, la mancanza di acqua e di viveri che aveva prostrato il fisico, ma non il morale e soprattutto l'assoluta inutilità di fare aumentare ancora il già grave contributo di sangue, consigliavano lo scrivente ad ordinare la distruzione di tutte le armi e ad ordinare di passare in riga. Quasi alla stessa ora il II° Battaglione circondato da carri armati ultimate le munizioni ... subiva la stessa sorte. ... Il  II° Battaglione comprendeva in tutto 4 ufficiali e 40 paracadutisti… il IV° si disponeva a difesa sul terreno piatto di quel lato di deserto e teneva in rispetto il nemico puntando i pezzi senza far fuoco per mancanza di proiettili …Non un drappo bianco è stato alzato, nessun uomo ha alzato le braccia. ... Il nemico evidentemente e palesemente ammirato verso le ore 10.30 aveva cessato il fuoco, si era avvicinato ed assisteva alla riunione dei due battaglioni .. e dei due Comandanti di Reggimento 186° e 187 che il maggiore Zaninovich presentava al sottoscritto. 32 ufficiali, 272 paracadutisti alcuni dei quali feriti, erano ancora nei ranghi, in piedi. ""

II Colonnello Comandante il 187° Regg.to  Paracadutisti "Folgore"LUIGI CAMOSSO

Da:  "I RAGAZZI DELLA FOLGORE" Alfieri editore Milano - di Alberto Bechi Luserna pagg. 29

 

         

FOTO 01:

Gino Compagnoni al sacrario di El Alamein.

FOTO 02:

Particolare del sacrario custode dei nostri valorosi .

............La “FORTUNA” ( armi, munizioni, viveri …) era stata affondata nel Mediterraneo dalla flotta navale alleata.

I pochi mezzi sfuggiti al blocco navale, arrivarono ( 6 novembre ) quattro 4 giorni dopo..........

by Gino

 

05 settembre 2009

LA NOSTRA STORIA - 2^ parte - redattore Gino Compagnoni

Nei primi giorni del prossimo ottobre, in occasione del cinquantesimo anniversario dall’inizio della costruzione del Sacrario voluto e realizzato dal Colonnello Paolo Caccia Dominioni ( M.O.V.M alla memoria), un gruppo di paracadutisti della nostra Sezione renderà omaggio ai Caduti italiani nella Battaglia di El Alamein. 

Presenzieranno alla Cerimonia, provenienti da tutta Italia, centinaia di paracadutisti con Labari e Fiamme; per la Sezione A.N.P.d’Italia di Brescia saranno presenti fra gli altri:

l’Alfiere Secondo Taglietti con il Labaro della Sezione e il vice Presidente Mario Regazzi con la fiamma del  Nucleo di Orzinuovi. 

Ricorderanno i bresciani che la notte del 23 ottobre 1942 erano presenti nel breve tratto di fronte a quota 105, quando i centri di fuoco a livello di squadra del “Raggruppamento Ruspoli”,  furono  superati lateralmente ed accerchiati da una marea di carri armati, truppe motorizzate, autoblindo.

 Il nostro Presidente Onorario era al fianco della Medaglia d’oro al valor militare Ferruccio Brandi il quale, gravemente ferito, fu da lui soccorso;  Bonizzoli Bortolo di Lumezzane del IV Battaglione, con il commilitone Piossini ferito ad una gamba dal cingolo di un bren-carrier, il Cap. Magg. Severino Stabilini di Leno, che con la sua squadra, un attimo dopo la cessazione del bombardamento, si trovò gli inglesi in buca e non riuscì a sparare un solo colpo; Pagani Ottorino servente al pezzo 47/32 al comando del Sergente Maggior Dario Pirlone ( M.O.V.M.)  che vide, quest’ultimo colpito a morte insieme a Giuseppe Reggiani il quale, privo di piastrino di riconoscimento, è tumulato con  i 1350 soldati “Ignoti a noi, noti a Dio .

                  

FOTO 01:

I due amici d’infanzia Giuseppe Reggiani e Gino Compagnoni in Piazza Duomo a Milano Nel giugno 1940 sono volontari di guerra in Albania. (foto 8).

FOTO 02:

Gino Compagnoni in gioventù da soldato della Folgore.

 

M.O.V.M.Sergente Maggiore Dario Pirlone

-185° Reggimento artiglieria Folgore-

Comandante di un pezzo anticarro impegnato da forte formazione di carri e di fanteria nemica, riusciva, dopo strenua lotta ad infliggere al nemico sensibili perdite.

Successivamente avendo avuto immobilizzato il pezzo, feriti i suoi serventi, ferito egli stesso gravemente alle gambe, incitava i suoi dipendenti a non perdersi d’animo ed a continuare a combattere con le bombe a mano ed i pugnali. Sopraffatto dal nemico irrompente, nella sua postazione, vincendo lo strazio del suo corpo martoriato sorreggendosi con uno sforzo supremo sulle gambe maciullate scaricava la pistola sul nemico gridando:  "Voi non  mi avrete vivo. Viva l’Italia” !

Cadeva da prode.

El Alamein (A.S.) 24 ottobre 1942

 

 

Paracadutista Giuseppe REGGIANI

 alla Memoria

by Gino

 

10 agosto 2009

LA NOSTRA STORIA !

redattore Gino Compagnoni

 

1940 – 1941:

L’incontro col protagonista di un momento della nostra storia in Africa settentrionale che merita di essere ricordato:

 

Il 25 ottobre 2008, su invito del Ministero della Difesa, con altri quattro paracadutisti reduci Battaglia di El Alamein partecipai alla Commemorazione dei Caduti che si svolse presso il Sacrario di El Alamein  alla presenza del Presidente della Repubblica on. Giorgio Napolitano

Tra i miei compagni di viaggio c’era il Tenente Colonnello Giuseppe Aloi (classe 1912), che è stato uno dei primi paracadutisti militari italiani:  apparteneva al 1° Battaglione paracadutisti libici,  sin dal 1938 alle dipendenze del Maresciallo dell’Aria Italo Balbo.

Mi sono trovato ad essere in compagnia di un protagonista di un importante episodio della storia d’Italia, e forse non solo, vista l’importanza dell’evento e le conseguenze che ha avuto sulla seconda guerra mondiale.

In una lunga conversazione che abbiamo avuto a Roma prima di partire, l’ufficiale fra l’altro ci disse: “…  il  28 giugno 1940 ero nel Campo Trincerato di Tobruc, comandante di un reparto di antiaerea,  quando ricevetti l’ordine : “QUALSIASI AEREO CHE SORVOLERÀ IL CIELO DI TOBRUC DOVRA’ ESSERE ABBATTUTO”

Ad un certo punto, vedemmo apparire un aereo ….aveva tre motori, e quindi molto probabilmente  era italiano….e molto probabilmente su quell’aereo c’era Italo Balbo, ma non potevo – ovviamente – trasgredire ad un ordine e obbedii … “”””

 

 

Riporto alcuni stralci da alcuni libri che hanno affrontato l’argomento:

 

 

Stralcio da: OLTRE TORRENTE – Italo  Balbo - pagg. 173 – 174

Ed. Feltrinelli – Collana  narratori

 

 “”” … Mussolini trascinò l’Italia in guerra, Balbo annunciò ai quattro venti che era fermamente contrario, così, per allontanarlo venne trasferito in Libia a fare il Governatore della quarta sponda, come la chiamava il regime…. Nel giugno 1940, Balbo annuncia al segretario personale che intende andare a Roma  a scatenare uno scandalo. L’indomani, mentre sta per atterrare a Tobruk al comando del suo aereo, la contra aerea italiana lo centra in pieno e questo dopo un’incursione inglese durante la quale non era stata sparata una sola cannonata …. Balbo pilotava un Savoia Marchetti, il cosidetto  Sparviero un  bombardiere a tre motori, mentre tutti i velivoli alleati ne avevano due o quattro, mai tre …

 ….L’indomani della sua morte un aereo inglese lanciò dei volantini su Tobruk  che esprimevano il rammarico del Comandante delle forze alleate per la fine di un “ valoroso “ che il fato aveva voluto dalla parte avversa….

 

Stralcio da: L’ARMATA NEL DESERTO

– Il segreto di El Alamein ( Pagg. 12-13-14- )

ARRIGO PETACCO –  Ed. Arnoldo  Mondadori SpA.

 

 

””””  la  misteriosa  morte  di   Italo Balbo diede luogo a ad una tempesta di     voci che neppure la rigida censura fascista era riuscita a frenare…

…Il Maresciallo dell’aria Italo Balbo era indubbiamente il più dinamico dei nostri Comandanti e, forse l’unico in grado di trasferire nel deserto la Blitzkrieg esperimentata con successo in Europa dalla Werhrmacht …. fin dal primo giorno di guerra egli andava perorando il permesso di sviluppare un’azione offensiva in direzione dell’Egitto.

Quell’ ordine, richiesto con insistenza da Balbo, giunse a Tripoli la mattina del 28  giugno  1940  esattamente diciotto giorni dopo l’inizio del conflitto.

Il dispaccio del Maresciallo Badoglio dopo aver sottolineato che la recente resa della Francia aveva disinnescato ogni minaccia che poteva pervenire dalla Tunisia, così proseguiva ….

…di conseguenza tu non hai che da fare fronte ad est. Concentra tutti i tuoi mezzi ad est verso l’Egitto e fai di tutto per essere pronto il 15 luglio

 Ma quando l’ordine giunse a destinazione Italo Balbo non c’era più. Era morto  mezz’ora prima abbattuto con il suo aereo mentre rientrava da Tobruk  dopo una perlustrazione in territorio nemico….

La morte di Balbo fu un colpo durissimo e forse fatale per la prosecuzione delle operazioni militari in Africa settentrionale, le forze italiane avrebbero probabilmente raggiunto Suez in poche settimane  con le conseguenze che si possono immaginare …

…Mussolini trascinò l’Italia in guerra e, Balbo annunciò ai quattro venti che era fermamente contrario, così, per allontanarlo venne trasferito in Libia a fare il Governare della quarta sponda, come la chiamava il regime….

Nel giugno del ’40, Balbo annuncia al segretario personale che intende andare a Roma a scatenare uno scandalo. L’indomani. Mentre sta per atterrare a Tobruk al comando del suo aereo, la contraerea italiana lo centra in pieno e questo, dopo un’incursione inglese durante la quale non era stata sparata una sola cannonata …

Balbo pilotava un Savoia Marchetti 79, il cosi detto “ Sparviero” un bombardiere a tre motori, mentre tutti i velivoli alleati ne avevano due o quattro, mai tre. ….l’addestramento degli artiglieri antiaerei consiste in massima parte nel riconoscere i velivoli a distanza, e lo “Sparviero” era inconfondibile e, per di più stava volando a bassa quota apprestandosi ad atterrare. …. L’indomani della sua morte un aereo inglese lanciò dei volantini su  Tobruk che esprimevano il rammarico del Comandante delle forze alleate  per la fine di un “valoroso” che il fato aveva voluto nella parte avversa ….

Mussolini rimpiangerà la scomparsa di Italo Balbo con queste parole:: “Sono perfettamente convinto che se Balbo fosse rimasto al comando delle truppe operanti in Libia noi non avremmo avuto l’Insuccesso che abbiamo dovuto deplorare. Comunque non sarebbe rimasto a quattrocento chilometri dalla linea del fuoco come qualcuno di nostra conoscenza … .”  Quel qualcuno era Rodolfo Graziani …. “””””

 

 

by Gino

Come promesso, ecco una breve biografia del Paracadutista TAGLIETTI Secondo.....

BIOGRAFIA:  Par. TAGLIETTI Secondo

l’ultradecennale Alfiere A.N.Pd’I della Sezione di Brescia, è ben noto ai paracadutisti  della Provincia. Meno conosciuta è la Divisione Paracadutisti “Nembo” della quale egli ha fatto parte – in zona operazioni – dal maggio 1943 all’atto del Congedo novembre 1945. 

Chiamato alle armi il 12 settembre 1943 nel 71° Reggimento Fanteria, dopo poco più di un mese partecipa quale volontario alla Scuola di Viterbo ed è qualificato paracadutista.

Nel maggio 1943, il 183° Reggimento della ” Divisione “Nembo” è inviato in Sardegna per difendere l’Isola da possibili sbarchi degli alleati.

Il 18 maggio 1944: con il 183° Reggimento, Taglietti sbarca a Napoli e fa parte del “Gruppo di combattimento “Folgore”

Il reparto è assegnato al Corpo Italiano di Liberazione Nazionale che combattè valorosamente a fianco delle Truppe Alleate contro i Tedeschi: a Tossignano a Grinziano, ad Abbadia di Fiastra.

 (E’ quanto mai doveroso ed opportuno ricordare che la nostra Sezione è dedicata a Franco Bagna: Medaglia d’oro alla Memoria, il quale, inquadrato nella “centuria Nembo “, la notte del 25 aprile si lanciò alle spalle delle Forze Armate tedesche nella zona di Poggiorusco …”    (Nel sito internet della n s. Sezione, leggi la motivazione della M.O.V.M e, se vuoi saperne di più, vai alle pagine 5 e 13 dell’ultimo n° di FOLGORE.)

 Nel corso degli aspri combattimenti per la conquista di Filottrano, Taglietti è stato   ferito ( in quella Battaglia i Caduti furono 362, i feriti 629, e le ricompense al Valor Militare 636).

Subito dopo la convalescenza è ritornato in prima linea sino alla fine della guerra contro la Germania.

Gli è stata assegnata la Croce di Guerra al Merito. 

Fra le sue memorie, conserva il Diploma d’Onore rilasciato dal Generale del “Gruppo di combattimento “Folgore” ai suoi paracadutisti ed il certificato di Merito: in riconoscimento alla sua appartenenza al gruppo di combattimento FOLGORE durante la guerra contro la Germania”, firmato dal comandante delle Forze Alleate H.R. Alexander.

Ecco i documenti che rappresentano la testimonianza della sua partecipazione alla guerra di liberazione.

                       

croce e nastrino al Merito di Guerra

       

 

by Gino ed il Webmaster.

 

 

FOTO VARIE

 

19 luglio 2009 Lanci Novi Ligure

  Compleanno di Gino (quota 88)

 

Lancio trigenerazionale di Gino

  Lancio trigenerazionale di Gino
 

Lancio trigenerazionale di Gino

 

Visita presso la palestra (6° corso)

 

AUGURI GINO ! UN COMPLEANNO, UN LANCIO, UN RICORDO!

UN GIORNO, DAVVERO SPECIALE.

 Il compleanno che ABBIAMO festeggiato, è quello del nostro Presidente onorario, il folgorino Par. Luigi Compagnoni nato il 26 maggio 1921 e a cui abbiamo riservato una gradita sorpresa......

Il lancio, che definirlo speciale è quasi riduttivo, è quello che lo stesso Luigi Compagnoni effettuerà domenica 7 giugno (in mattinata) sull’aeroporto di Migliaro a Cremona.

A renderlo ulteriormente memorabile, è il fatto che lo effettuerà insieme a suo figlio ed al nipote: quindi, il lancio di tre generazioni, la prima delle quali rappresentata da un paracadutista combattente di El Alamein.

Si lancerà con loro anche il nostro Presidente Tino Feola.

Ci è stato inoltre chiesto dall’ottantottenne folgorino, di menzionare ricordando i paracadutisti bresciani che furono con lui ad El Alamein ma non citati nelle sue sintetiche memorie che il nostro sito vi mette a disposizione  alla sezione “Presidenza” (leggetele, se non lo avete ancora fatto). Riportiamo volentieri tale ricordo così come a noi pervenuto da Luigi Compagnoni quando lo abbiamo incontrato, in occasione dei lanci organizzati recentemente dalla nostra Sezione sul Campo di Marte.

 “Nel breve tratto di fronte (quota 105 – Raggruppamento Ruspoli) oltre a me e ad altri dei quali non ricordo i nomi, erano presenti i bresciani: Reggiani Peppino, Stabilini Severino, Lussignoli Bortolo, Piossini…….., Bolognesi…….., Geroldi………”

 

Il nostro FOLGORE !!! è oggi dedicato al nostro Presidente Onorario GINO e a tutti i paracadutisti bresciani che come lui combatterono l’epica battaglia.

 ANCORA AUGURI DA PARTE DI TUTTI !!

ci sono anche le foto nella sezione FOTOGRAFIE

by Daniele Nizzola ed il Webmaster.

 

COMPAGNONI LUIGI -  Brescia 26 maggio 1921 (PRESIDENTE ONORARIO)

"GINO: LE MIE MEMORIE DAL FRONTE"

Gennaio 1940 - 7° Fanteria Divisione “ Cuneo” di Milano con mansioni di “allievo musicante” presso la Banda del Presidio, frequentante il 5° anno al Conservatorio G.Verdi

10 giugno 1940 - Il Governo italiano dichiara guerra a Francia e Inghilterra.  Decide di seguire un gruppo di bresciani  (reduci quali volontari delle guerre in Abissinia e Spagna) che attende di partire per l’Albania. 

28 ottobre  1940   - Con il III Battaglione Mitraglieri di Corpo d’armata è  in prima linea ininterrottamente in Albania.

21 aprile   1941.   – Alla fine delle ostilità la sua compagnia è decimata,  Sono rimasti 17 uomini, un Serg. Magg., nessun ufficiale.

Partecipa all’occupazione della Grecia fino al dicembre 1941.

Gennaio 1942 -  E’ rimpatriato a Milano con la mansione di istruttore delle reclute della classe 1922 presso il  7° Fanteria

Incontra il suo amico d’infanzia - Reggiani Giuseppe - appena arrivato dalla Grecia e  diretto  al centro di addestramento paracadutisti Tarquinia. Abbraccia l’amico di sempre e dice “… vengo anch’io ! ”. (il suo amico cadrà  ad El Alamein a fianco del Serg. Magg -  M.O.V.M. alla memoria - Dario Pirlone)

Marzo 1942  -    Al termine dell’addestramento di paracadutista, è assegnato al II Battaglione VI Compagnia I Plotone, con il Tenente Ferruccio Brandi. Assume il comando della II squadra. 

Il 23 ottobre partecipa alla battaglia di El Alamein:, nei suoi appunti scrive:

 ””…… verso mezzanotte allungano il tiro; hanno lanciato i fumogeni, davanti a noi non si vede nulla, sentiamo solo lo sferragliare dei loro mezzi corazzati che salgono dal varco del ciglione…..assistiamo sbalorditi e storditi al deflusso dei bren-carrier, autoblindo carri armati, truppe a piedi e motorizzate che ci sorpassano ed avanzano indisturbati verso la nostra prima linea….dopo pochi minuti alle nostre spalle una autoblindo si avvicina a noi sparando, è seguita da una ventina di soldati ......

Giunta a pochi metri dalla nostra postazione il Tenente urla “ all’assalto, fuori tutti ! “ lanciamo bombe a mano, il Tenente lancia una molotov che incendia l’autoblindo. SI ritirano velocemente. Un carro armato (uno Sherman ?) si ferma a circa trenta  metri da noi. Spara a brevi intervalli a poco più di un  metro sopra le nostre teste, proiettili traccianti…..     vedo vampe e poi sento vicinissimi gli scoppi dei loro mortai dove ci sono i fucilieri del IV° Battaglione …..accorciano il tiro e sparano su di noi ….  Due bren-carrier avanzano, gli equipaggi lanciano bombe a mano passano sopra le nostre buche, sento urlare Piossini del 4° battaglione (un bresciano, abita in ......NDR): è colpito ad una gamba da un cingolo, il serg. magg. Bodriti ha il viso insanguinato, Maiolatesi del IV Battaglione è ferito ad una mano – gli verrà amputata.

 Il grosso carro armato arretra sparando raffiche..... il Tenente Brandi mi cade fra le braccia, un proiettile gli ha asportato metà del viso. Il pacchetto di medicazione non è sufficiente, mi tolgo la pancera e riesco a fermare il sangue. Gesticola, vuol sapere l’ora. Rispondo: sono le quattro. …  ritornano! cosa faccio….. ?”  Con la mezza bocca che gli rimane mi risponde borbottando: “ resistiii , res. rrr …”.

 Il Tenente mi fissa, tenta di parlare, il sangue si è fermato, gli sollevo la testa respira affannosamente per pochi secondi e rimane immobile….. “””””  

Compagnoni sarà preso prigioniero di guerra e deportato prima in Egitto,poi in Palestina e in India. Sarà rimpatriato nel gennaio 1946.

Nel 2007, dopo sessantasei anni, inizia un carteggio tra Luigi Compagnoni e il Tenente Brandi, sopravvissuto alla battaglia, divenuto Generale della Brigata Folgore e decorato  M.O.V.M.

Bolzano 29 novembre 2007 il Gen. Brandi  scrive:

“”” Caro Compagnoni, ho recentemente avuto sue buone notizie dal Presidente dell’A.N.P.d’I di Brescia. ….. La ricordo benissimo quale valoroso paracadutista, della 6* Compagnia, autorevole comandante di squadra mitraglieri…. .. Sia pure con 65 anni di ritardo debbo esprimerle tutta la mia gratitudine per avermi soccorso allorchè fui ferito. ……. Tanti affettuosi saluti , caro  Compagnoni, con profonda stima ed amicizia.  Brandi. “””

Compagnoni invia al Generale la bozza delle sue memorie e il  Generale risponde:

Bolzano 14 dicembre 2008 

 “”” Caro Compagnoni,  …. Ho letto con interesse ed emozione la “memoria” che ha voluto inviarmi ….. è un documento chiaro ed efficace ….. ancora grazie e tanti auguri di Natale ……….

L’abbraccio con memore pensiero e riconoscenza . Aff.mo Brandi

   

 

 


 
Par.

COMPAGNONI Gino

 

Par.

LIFONTI Aldo



 

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